Continuiamo l’avventura con il #CurriculumDelLettore, questo viaggio immaginario tra le pieghe delle pagine che hanno contribuito a plasmare ciò che sono oggi, e molto altro ancora.

Mentre la mia infanzia, complice la distanza temporale, mi riporta ad una sensazione di morbidezza e calore, l’ingresso alle scuole superiori ha rappresentato per me un periodo tormentato, solitario e di lotta. Non ho nostalgia né rimpianti, e anche il sentimento di rabbia si è affievolito grazie allo sgocciolare del tempo. Ma non è per raccontare la mia storia che sto scrivendo questo post, bensì per condividere le letture di quel periodo. Sono grata alla mia professoressa di italiano, non tanto per il suo atteggiamento, di cui tralascerò la descrizione, quanto piuttosto per le bellissime letture estive, che era solita proporci e che incontravano l’aprioristica insofferenza della platea degli studenti. Per merito suo e di mia madre, ho potuto conoscere e amare il grande Neorealismo italiano, cui Calvino tagliò addosso una definizione perfetta, sostenendo che “non fu una scuola, ma un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, specialmente delle Italie fino allora più sconosciute dalla letteratura”. Proprio Calvino, con Il sentiero dei nidi di ragno, mi accompagnò assieme a Pin alla scoperta di quel mondo freddo e scalcinato che è il mondo della guerra, attraverso il filtro di una visione fanciullesca e pura, in cerca di un riferimento nella confusione della lotta partigiana. Renata Viganò fu un pugno alla bocca dello stomaco, con il coraggio spartano e caparbio dell’Agnese, insolita protagonista del romanzo, che dalla sua forza prende il titolo, L’Agnese va a morire. Passando per Uomini e no, sferzante romanzo di un impegnato Vittorini, ho incontrato poi Le ragazze di San Frediano del buon Pratolini, fino ad arrivare ad un altro esempio di silenziosa fermezza femminile con La ragazza di Bube di Carlo Cassola. E a quel punto, il mio cuore è stato rapito da Milton, protagonista di Una questione privata di Beppe Fenoglio, di cui conservo gelosamente da ormai più di vent’anni la mia copia, contenente anche la raccolta di racconti I ventitré giorni della città di Alba, che, insieme alla trilogia I nostri antenati di Calvino e a Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, mi fecero definitivamente innamorare della nostra lingua.

Tratto da Una questione privata, ecco un esempio emblematico delle mie ferite spirituali:

In che stato sono. Sono fatto di fango, dentro e fuori. Mia madre non mi riconoscerebbe. Fulvia, non dovevi farmi questo. Specie pensando a ciò che mi stava davanti. […]
Tu non devi saper niente, solo che io ti amo. Io invece debbo sapere, solo se io ho la tua anima. Ti sto pensando, anche ora, anche in queste condizioni sto pensando a te. Lo sai che se cesso di pensarti, tu muori, istantaneamente? Ma non temere, io non cesserò mai di pensarti.

Insieme all’amore per le lettere, crebbe in me l’insana ossessione per la filosofia, con conseguenze a dir poco importanti per la mia de-formazione e la mia esistenza.

Ma seguiamo il corso delle parole con pazienza e attenzione.
Almeno nel mio blog personale, vorrei assumere un ritmo più vicino alla mia sensibilità, che mi consenta di assaporare ogni sensazione (assicuro che questo esercizio, proposto dalla cara Rita, mi ha permesso di aprire un insospettato vaso di Emma) e di gustarne il retrogusto fino all’ultima goccia.

Quindi, per oggi chiudo il sipario dei miei fantasmi letterari e vi aspetto mercoledì prossimo con un altro lato di questo poliedro che sto scoprendo insieme a voi, che avrete la bontà di leggere.