Eccomi arrivata alla terza parte del mio #CurriculumDelLettore.
Lo scrivo tremando lievemente, perché immergersi nella mia giovinezza universitaria assomiglia a quando da piccola la nonna mi metteva l’alcool denaturato (snaturato, dovrebbe chiamarsi) sulle ferite aperte per disinfettarle. L’unica differenza è il colore, rosa per l’alcool, blu quasi nero per l’intervallo di tempo in questione.

Ai miei amori filosofici si affiancò l’interesse per il teatro, per un certo cinema e per il versante femminino della conoscenza. Sovrapposi tasselli di studio a quelli ancora freschi risalenti agli anni della scuola superiore, dove avevo imparato ad amare la filosofia greca e quella medievale, con un rispetto che sfiorava la devozione; trascorsi così parte del mio tempo insieme agli empiristi sassoni, mi immersi nello spirito enciclopedico delletà dei lumi, e scoprii le radici del ragionamento matematico con Leibniz, Newton e Descartes. Mentre litigavo con Kant e Hegel riguardo a tematiche tortuose, mi lasciai affascinare dal pessimismo di Schopenhauer e dalla malinconica vena mistica di Kierkegaard, che, con il suo Timore e tremore, ben rappresentò la mia scissione e, in un certo modo, diede voce al mio radicalismo esistenziale. Poi, come un rapido lanciato sui binari, arrivò Nietzsche, di cui avevo ingiustamente sospettato, e che mi regalò momenti di puro delirio con La nascita della tragedia, nella bella traduzione di Colli, e una forma d’ispirazione con Così parlò Zarathustra, libro forse più per nessuno che per tutti.

In parallelo, mi affezionai per un certo periodo all’indiavolato Antonin Artaud, che mi vinse con il suo Il teatro e il suo doppio, e iniziai una ricerca di testi di mistiche medievali che mi permise di incontrare, tra le altre stupefacenti protagoniste di una storia troppo spesso nascosta, Ildegarda di Bingen, figura dotata di un carisma e di un’intelligenza straordinarie, paragonabile per potenza e influenza sociale a Thomas Müntzer, pastore attivista che pagò la sua posizione, espressa con irruenza nei suoi Scritti politici, con la vita.

Dalle mistiche medievali al femminismo il passo fu breve; ricordo con un sorriso il virulento volumetto della Solanas, S.C.U.M. Manifesto, il cui incipit fu ripreso da una celebre canzone degli Area. Un altro volume che mi infuocò fu Il peso del corpo di Susan Bordo, che affronta il drammatico tema del rapporto della donna con il proprio corpo e le dinamiche che si innescano quando il corpo diventa un’ossessione e quando subentra la malattia. In tale allegro contesto, non poteva mancare la cara Aldina, con il suo Vuoto d’amore.

Durante la lunga gestazione della tesi di laurea, mi avvicinai a testi che mi portassero lontana, da me, dallo studio e dall’isolamento lancinante a cui mi ero votata. Mi nutrii in quel periodo dei racconti di Asimov: li leggevo e li rileggevo, alla ricerca di chissà quale segreto. Poi, per esercitarmi in inglese, presi a mano 1984 di Orwell e Brave new world di Huxley, entrambe inquietanti distopie sul crinale del verosimile.
Le Cronache marziane di Bradbury mi procurarono una ferita che guarì parzialmente soltanto un mese dopo la fine della loro lettura:

E gli uomini della Terra vennero su Marte.
Vennero perché avevano paura, o perché non l’avevano,
perché erano felici, o infelici,
perché erano come i Padri Pellegrini che avevano fondato le colonie americane,
o perché non erano come i Padri Pellegrini.
Ognuno aveva avuto le sue buone ragioni per venire su Marte.
Cattive mogli da abbandonare, lavori ingrati, città inospiti; 
ed essi venivano su Marte per trovare qualcosa, o lasciare qualcosa, o ottenere qualcosa,
per scavare qualcosa, o seppellire qualcosa, o lasciare una volta per tutte in pace qualcosa.
Venivano con piccoli sogni, o sogni immensi o niente sogni del tutto.

Anche per oggi, mi sono prosciugata, “dimentica del mondo e dal mondo dimenticata“, dimentica di tantissimi testi che invece girano ancora nel mio cervello e nelle mie parole, nei miei atteggiamenti e nelle mie espressioni. Vorrei scrivere tutto, non tralasciare nulla, ma so che non servirebbe.

Al prossimo #CurriculumDelLettore, dove mi avvicinerò al presente, spero.

 

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