Questo articolo è nato, come tante cose belle, grazie a una domanda di Paola Chiesa all’interno della comunità da lei fondata e di cui faccio fieramente parte, #adotta1blogger:


Parole O_stili sarà una due giorni di lavoro e di confronto che si svolgerà il 17 e 18 febbraio a Trieste. Un appuntamento caratterizzato dall’organizzazione di singoli tavoli di lavoro che avranno lo scopo di far dialogare e confrontare professionisti e personalità di diversi settori a cui le parole e il linguaggio stanno a cuore.
Bene, pensiamo che #adotta1blogger possa sicuramente dire la sua (anche) su questo tema, così abbiamo proposto a Vera Gheno, che ha accettato, di contribuire come community in questo modo: parteciperemo virtualmente ai tavoli di lavoro, offrendo il nostro piccolo contributo alla causa. 

Tra i numerosi argomenti di discussione presenti nel programma, io ho scelto di parlare di “social media e scritture”.

In questo articolo, racconto di come la necessità di interagire sui social abbia influito positivamente sul mio modo di comunicare e di come la scrittura si sia rivelata un’aiutante preziosa e indispensabile per la mia crescita. Grazie al confronto scritto sui social, ho (re)imparato a comunicare, ad ascoltare e a godermi il dibattito costruttivo.

Scrivere richiede tempo e impegno

Le parole sono importanti e aguzze. Perché usarle per ferire?

Grazie ai social ho (re)imparato a comunicare.
Può suonare bizzarro in un contesto come quello attuale, in cui i social media sono, spesso giustamente, oggetto di controversie proprio riguardo al loro complesso e conflittuale rapporto con la comunicazione.

Del resto, come spiega in maniera cristallina il sito unaparolaalgiorno.it, “comunicare” deriva dal latino con il significato di

«communicare, mettere in comune, derivato di commune, propriamente, che compie il suo dovere con gli altri, composto di cum insieme e munis ufficio, incarico, dovere, funzione». La comunicazione, «consapevole delle proprie responsabilità e forte del proprio ruolo, è un’espressione sociale, un mettere un valore al servizio di qualcuno o qualcosa fuori da sé: non basta pronunciare, scrivere o disegnare per comunicare; la comunicazione avviene quando arriva, quando l’espressione è compresa e diventa patrimonio comune per la costruzione di una discussione, di un sapere, di una cultura». [grassetto mio]

Interagendo con le persone attraverso i social media, io ho riscoperto la riflessione come azione propedeutica alla risposta, perché la scrittura fornisce il mezzo per fermarsi, per respirare dieci volte prima di rispondere, prima di parlare.

Scrivere richiede un tempo, un delay, una sorta di eco che non è un ritardo ma rappresenta piuttosto una pausa, una nicchia in cui appostarsi per pensare.
Per pensare alle parole, a quali usare, quali invece è meglio evitare.
Cosa dire, che posizione prendere, come suonerà il messaggio.
E questo aiuta a formulare un pensiero organico, fruibile e forse più universaleFacilitando in questo modo la comunicazione in senso reale.

Dico questo basandomi sulla mia esperienza, perché è l’unica che posso dire di conoscere davvero e perché è stata ed è tuttora un’esperienza fondamentale nella mia vita. E la sta cambiando in meglio. Sta cambiando in meglio me.
Se riporto la mente alla me di qualche anno fa, rabbrividisco al pensiero delle mie possibili reazioni e delle mie (in)capacità comunicative. La rete, fare rete attivamente, mi ha migliorata come essere umano. E la fiera appartenenza ad #adotta1blogger ne è la dimostrazione più eclatante. Far parte di questo gruppo mi offre costantemente la possibilità di confrontarmi con più di mille persone portatrici ognuna di propri valori, gusti, idee e carattere. Non facile. Non per me.

Ed è proprio qui che ritorna la centralità della scrittura: sono stata “adottata” grazie alla mia scrittura. E, sempre grazie a lei, condivido il mio pensiero con la comunità e scambio idee in maniera diretta ma sempre filtrata dallo scrivere e dalla distanza che questo atto mette tra me e il mio interlocutore.

In un certo modo, posso dire che sono quello che scrivo e molte delle persone che ho conosciuto in rete sono nella mia testa quello che scrivono. Perché non ho altro se non le loro parole per conoscerle. Anche per questo, “le parole sono pietre”. Possiamo scegliere di lanciarle o di usarle per costruire qualcosa insieme.

I social media sono, appunto, mezzi. Strumenti e non fini. E sì, hanno una grande influenza nella nostra vita, nella vita di sempre più persone di qualsiasi sesso, età ed estrazione sociale. Ma sono anche – e, a mio personalissimo parere, soprattutto – utili indicatori dello stato della nostra società: una sorta di moderna nottola di Minerva, che, se da una parte celebra il progresso tecnologico in quanto mezzo che ci permette di creare legami, dall’altra ci mostra come proprio questo progresso possa impoverire le nostre capacità comunicative e relazionali, isolandoci e rendendoci progressivamente autoreferenziali se non addirittura analfabeti funzionali.

Di scritture ne esistono molte, certo, e non tutte sono ortodosse o facilmente fruibili. Ma non è colpa dei servizi di messaggeria istantanea, né delle piattaforme social quali ad esempio Facebook o Twitter, per citarne due. Semplicemente, non è una colpa, ma piuttosto un dato di fatto.
Sarò pedante, ma non scrivo “xché” “tvb” o altre amenità, che, ricordo, esistevano ben prima della diffusione capillare della rete e di dispositivi tascabili e sempre connessi: ho ricordi di panchine dei giardinetti infestate di scritte sibilline e piene di errori. Uso la punteggiatura correttamente (o, quantomeno, la mia intenzione è quella), anche a costo di apparire arrabbiata se concludo un pensiero utilizzando un bel punto. Non uso gli esclamativi per far sembrare più autentica una mia opinione o reazione. Cerco di evitare errori grammaticali, ortografici e sintattici ovunque, anche se sono di fretta, scrivo la lista della spesa o rispondo a qualche amica o amico su Whatsapp o Messenger.

Anche il mio modo di parlare si è modificato in conseguenza del mio scrivere quotidiano: sta diventando più riflessivo, più misurato e meno preda dell’impulsività.

La scrittura è un potente mezzo di comunicazione, così come possono esserlo i social media.

Non a caso, sul mio profilo Twitter ho scritto

la scrittura è per me una forma mentis, i social vettori di contaminazione culturale.

Tutto dipende, come spesso accade, dall’uso che vogliamo fare degli strumenti che abbiamo a disposizione.