“La creatività serve per innovare il modo di fare qualcosa, in effetti non importa cosa, l’innovazione in sé di un processo, di un prodotto o di un servizio, sono sempre una carta vincente”, sostiene Andrea Girardi nel suo post Innovazione e pregiudizi del 19 settembre scorso. E nella mia mente si erge un’affermazione di A. Testa tratta dal suo MINUTI scritti: “spesso le cose che presumiamo di sapere già e quelle che ci aspettiamo di vedere quando osserviamo un’immagine o un evento appannano la nostra percezione, guidandoci verso un’interpretazione viziata da stereotipi.”

Concordo in pieno con entrambi.
Già da ragazza, studiando diversi metodi di ricerca filosofici, avvertivo una sorta di fastidio, trovavo che alcuni modi di procedere avessero in sé qualcosa di disarmonico, un vizio di forma; spesso nasceva in me la sensazione che andassero a ritroso invece che camminare verso qualcosa di ignoto, verso una potenziale scoperta, di cui vorrei sottolineare l’etimologia che ricorda l’atto di curiosità di Pandora (io avrei fatto lo stesso).

Quel vizio, o bias cognitivo come lo definisce Testa, era dovuto alla volontà di dare per presupposto il risultato a cui si voleva giungere, deformando completamente il senso stesso della ricerca. È piuttosto evidente che se voglio ottenere un risultato, cerco tutto ciò che tende verso quel risultato eliminando dalla strada gli ostacoli che invece penso mi allontanerebbero da esso.
Tale atteggiamento può in determinati ambiti costituire un valore, ma per quanto concerne il settore della ricerca creativa e innovatrice diventa deleterio. Fino a quando alla mia ricerca, qualunque essa sia, porrò un obiettivo predeterminato, il processo euristico sarà necessariamente de-limitato da ciò che voglio trovare: un gatto che si morde la coda.

Occorre mettersi in gioco, anche con la paura di non sapere dove si andrà a sbattere la testa.
Anche se non si sa dove ci porterà la zattera della ricerca.
Del resto, la bellezza sta proprio nel processo, nella trasformazione da crisalide a farfalla.

E nelle sorprese che il mutamento porta con sé come la scia di una cometa.