Una parola che dice già tutto: ansia, dal latino angĕre, che significa appunto “stringere”.

Sai quando ti sembra che lo stomaco sia fuori sede, il cervello non sta fermo un secondo su uno stesso pensiero, l’attenzione assomiglia a uno di quei bambini tignosi che scalciano e urlano per avere un gelato?

Ecco, in quei momenti, durante i quali ti accarezza l’idea di sbattere ripetutamente la testa contro un muro  —o contro una qualsivoglia superficie molto resistente—, fermati.

Semplicemente, fermati. Immobilizzati. Siediti, se non lo sei già. Sennò, alzati e vatti a fare un giro. Poi, tornato dal giro, siediti. E inspira come se sapessi che quella è la tua ultima possibilità di incamerare aria. Trattieni. E, lentamente, lentamente ho detto, espira. Ripeti. E ogni volta che espiri, pensa ai tuoi problemi che escono e si sfaldano nell’aria circostante.

Visto?
Certo, non è che i pensieri siano magicamente scomparsi, né le tasse siano state pagate, né il dolorino che ti accompagna si sia sciolto, ma. Ma tu sei lassù. E osservi la tua situazione, e i problemi sembrano più piccoli da lassù.

Ti vien quasi da sorridere a vederti arrabattare. Da lontano, tutto assume un aspetto così insignificante. E pensare che ci stavi soffocando, in mezzo a queste minuzie. E pensare. È proprio qui l’inghippo: pensare spesso non significa risolvere situazioni sgradevoli o creare opportunità inaspettate. Pensare, il più delle volte, equivale al gioco del gatto con il gomitolo di lana.

Uh, che bel gomitolo tondo e ordinato e rosa, aspetta che comincio a disfarlo.

Una massa rosa aggrovigliata, distrutta, senza capo né coda, senza forma né utilità alcuna. Ecco come pensiamo di solito. Prendiamo le situazioni, le mescoliamo e ne facciamo coriandoli che poi buttiamo in giro per casa, facendo solo un gran trambusto colorato e dove niente si può più trovare.

Fare ordine. Svuotare. Pulire. Limare.

Questo è ciò che sto cercando di mettere in pratica nella mia quotidianità. E non per qualche velleità mistica. Non ho la stoffa della mistica (sì, ne sono dispiaciuta, ma non è che posso arrivare dappertutto). Quanto, piuttosto, per un’urgenza che spinge dal fondo della pancia e vuole uscire. Farsi spazio e sommergere tutto quello che incontra sul suo cammino.

E cammina cammina, il vuoto.
Che non è quel vuoto buio e secco che fa paura. Questo è un vuoto diverso, magico e pieno di sorprese nascoste. È il vuoto prima della tempesta.

Il vuoto propedeutico alla creazione.

È il suono primordiale da cui tutto origina.
È il cielo dietro la coperta di nuvole gonfie di pioggia.
È la calma dietro il pianto convulso.
La solitudine in mezzo alla folla.

La pienezza del guardarsi dentro e trovare quello che si cercava da sempre. Cui non si sapeva dare un nome, ma che ci pungeva forte con la sua mancanza.
Il sé liberato dall’ego.

 

[Photo: Supermassive Black Hole]