All’inizio dell’estate appena trascorsa, Rita ci raccontava in un post che mi ha commossa, le letture che hanno accompagnato il suo passaggio da bambina a donna. E concludeva il suo articolo con una domanda disarmante:

“E il tuo curriculum del lettore? Qual è?”.

Da quel momento, numerose sono state le risposte e il #CurriculumDelLettore si è riempito delle vite e dei racconti di tanti compagni di viaggio, che ho così imparato a vedere attraverso la lente delle loro letture, senza però sbilanciarmi in commenti o in confidenze a riguardo, trattenuta da una specie di imbarazzo libresco.

Poi, tempo fa, ho deciso che era ora di dare il mio contributo a questa bella avventura. Ho stilato un elenco di libri e di autori, cercando di seguire il filo rosso del mio tempo. La mia esistenza, scandita da pagine su pagine. Mi è sembrato di sfogliare me stessa, facendo anche qualche piccola orecchia a segnare un passaggio importante. Poi, ho nascosto quei fogli, in preda a una sensazione di nostalgia carnale, violenta.

Oggi, ho ripreso in mano la bozza del mio curriculum. Ho detto a Rita che l’avrei fatto. E ora non posso tirarmi indietro.
Riguardando le mie scelte, basate su ricordi e sensazioni, mi sono accorta di numerose lacune, ma credo questo sia preventivato nel momento stesso in cui si inizia a fare un bilancio. Non devo elencare tutti i dati che ho immagazzinato lungo la mia vita, ma piuttosto leggere la mia vita attraverso i testi che ne hanno fatto parte, che hanno lasciato in me impronte e, a volte, profonde cicatrici.

I primi ricordi risalgono all’infanzia e alla mia famiglia.
Mentre mio fratello, più grande di me di sei anni e desideroso di una sorellina (lo ringrazio per questo), mi leggeva Topolino, che ha costituito anche il mio primo approccio alla lettura, mia madre si dedicava ai classici delle favole, Esopo e La Fontaine, di cui avevamo delle belle edizioni illustrate (ho sempre amato le figure). Quando arrivava l’ora di dormire, mio padre ci immergeva nel mondo fatato di Tolkien, raccontandoci movimentati brani tratti da Lo hobbit o da Il signore degli anelli.

E le Favole al telefono? Che bello poter ascoltare le peripezie di Alice Cascherina, camminare su La strada di cioccolato, recarsi nel Paese senza punta o incrociare L’omino di niente. Del libro di Rodari rimangono nel mio cuore anche la copertina e le illustrazioni di Bruno Munari.

Una volta imparata la magia della lettura, dovetti adoperarmi per metterla in pratica senza risparmiarmi: leggevo tutto, etichette, cartelli, didascalie, ma non mi bastava. Amavo le favole, di cui conservo ricordi ovattati di cigni e fratelli, soldatini di stagno, sovrani nudi e regine dal cuore di ghiaccio; preda di una nostalgia lancinante, ho da poco riacquistato Tutte le fiabe di Andersen, ma non ho ancora avuto il coraggio di tornare e far visita ai suoi personaggi.
Per rimanere in odore di moralismo, non posso escludere dal sentiero, che sto faticosamente tracciando, il Racconto di Natale di Dickens, con il suo immaginario gotico e la sua energica critica ad una società ingiusta.

Presi poi ad imitare mia nonna, appassionata lettrice di libri gialli, di cui conservava gelosamente innumerevoli copie acquistate in edicola. La mia preferita era Agatha Christie, con i suoi improbabili investigatori e quell’atmosfera elegante e al tempo stesso asfittica propria di una borghesia sull’orlo di una crisi di nervi.

In autonomia, divenni una fan di Sherlock Holmes, e del suo autore, Arthur Conan Doyle, di cui lessi Il mastino dei Baskerville (“hound” non significa “mastino”, ma tant’è), Uno studio in rosso, per proseguire con l’avventuroso Il segno dei quattro. Ciò che mi affascinava più di tutto era il cervello del buon Holmes. Il ragionamento deduttivo è ritornato anni più tardi nella mia vita, come dimostra il sintomatico titolo della mia tesi di laurea, “Sul carattere non-analitico dell’inferenza deduttiva”, studio basato su un lavoro del filosofo Jaakko Hintikka, Logica, giochi linguistici e informazione.

“Ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta”, direbbe la voce narrante de La storia infinita, uno dei miei migliori amici di quel periodo solitario e confuso che precede l’adolescenza, in una combinazione di sensazioni e turbamenti, che io non ero ancora pronta a vivere e a cui non sapevo dare un nome. Dello stesso autore, Michael Ende, ricordo con piacere -appena venato da una sottile inquietudine- Momo, attualissima interpretazione dello stile di vita proprio del mondo occidentale, nella sua cieca corsa al progresso a scapito della felicità.
Allo stesso periodo risale la lettura de Lo Hobbit, che mi permise di passare pomeriggi in compagnia di nani, elfi, stregoni e foreste incantate, a memoria dei racconti della buonanotte di mio padre.

E qui, insieme alla mia infanzia e a quel limbo che è stata quella che comunemente definiamo età prepuberale, si conclude la prima parte del mio #CurriculumDelLettore.

A mercoledì prossimo con la seconda parte.

 

 

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