Elli amava fissare lo sguardo al cielo. La sera —più spesso, la notte— si sdraiava sul divano e si lasciava cullare da una sensazione di sereno distacco. Il lavoro la stava consumando. Non era fatica fisica, sanguigna, no; si trattava, piuttosto, di una spossatezza mentale, dovuta allo sforzo psicologico d’interagire, armata della gentilezza più credibile di cui disponeva, con diversi avventori -per lo più, estranei visti troppo spesso per essere definiti tali.

Il suo locale offriva rifugio ad ogni sorta di disadattato: entrando, si veniva accolti da una penombra avvolgente, da cui spuntavano alcuni tavoli; l’aria era un miscuglio di fumo stantio, alcool incollato al legno del pavimento e un vago sentore di olio troppo vecchio per friggere qualsiasi cosa. La sua posizione faceva sì che non fosse uno di quei locali di moda tra i giovani universitari, o tra i professionisti rampanti, che preferivano i locali del centro. Chi si fermava lì, lo faceva intenzionalmente, o completamente a caso. Fatto sta che la clientela era fonte di grande interesse per Elli, osservatrice tanto acuta quanto discreta dei comportamenti umani. La minuscola donna viveva il suo pub come un esperimento sociologico, una specie di mondo in miniatura, con regole e codici non scritti, ma fondamentali per la convivenza.

Ora, nel silenzio del suo appartamento, poteva godersi un istante di perfetta quiete. Sola, finalmente sola. Si accese una sigaretta, pensando a tutte le persone con cui parlava quasi ogni giorno. Chi erano? Perché le raccontavano qualsiasi cosa passasse loro per la mente? Perché a lei? Era solo un caso. Quegli individui parlavano con lei, perché lei era lì in quel momento. E non poteva abbandonarli.

Sollevò lo sguardo verso la piccola finestra che dava su un modesto cortiletto interno, il quale fungeva da parcheggio per bici e motorini.
Ma a Elli non interessava quello spazio angusto: lei sognava la Luna, così bella, rotonda, candida, distante. Le nubi, livide nel buio, le accarezzavano i fianchi arrotondati e scorrevano via, lasciando dietro di sé filacce, che si scioglievano, danzando lentamente. E la Luna restava immobile a osservarle scomparire.

Si alzò e si avvicinò cupa al frigorifero. Una fame odiosa la governava, dettando le mosse del suo corpo, quasi fosse diventata un burattino. Aprì l’anta del frigo, spalancando un abisso glaciale e confortevole insieme. Scelse una bottiglia di birra e un barattolo di cetrioli in agrodolce. Dopo averli appoggiati sul ripiano dietro di sé chiuse con stizza il frigo che, per protesta, iniziò a produrre un rumore lento, come di ventola. Recuperò le vettovaglie appena guadagnate e si diresse verso il divano.

Cercò l’accendino sul tavolo di vetro a poca distanza davanti a lei. Lo trovò infilato tra una pila di libri, diverse bottiglie vuote e fazzoletti accartocciati. La cenere copriva completamente una chiazza di caffè, in una sorta di matrimonio sprezzante dell’altrui giudizio. Stappò la bottiglia usando l’accendino, come le aveva insegnato uno dei clienti affezionati del locale.

Gran bevitore Gianni, un omone lungo e secco. “Tagliato con l’accetta”, dicevano i suoi amici, per via dei suoi lineamenti aguzzi e sottili, con la pelle che aderiva agli zigomi, come se fosse troppo poca per tutte quelle ossa. “Fuma meno!”, lo sgridavano, accendendo tutti insieme l’ennesima sigaretta. Era un rituale che si ripeteva quasi ogni sera, poco dopo l’apertura del pub.
Gianni era sempre il primo ad arrivare ed Elli, che ormai conosceva le sue abitudini meglio di lui, lo anticipava allungandogli il solito Campari e gin con tanto ghiaccio. Quell’uomo esageratamente alto sostava appena fuori l’uscio, guardando distrattamente il passaggio e dando profonde boccate dalla sigaretta. Dopo l’ultimo tiro, lanciava il mozzicone sull’asfalto davanti a sé e rientrava, appoggiando il bicchiere al banco e sospirando forte.
«Quella stronza mi ha lasciato senza battere ciglio. Gran puttana!», sibilava dopo un lungo silenzio. Elli continuava imperterrita a preparare cestini di arachidi e patatine da offrire ai clienti, che non erano ancora arrivati.
«Lo so che non sono stato un gran marito, ma cazzo, dopo dieci anni, dieci… E io, coglione, che non mi ero accorto di niente», continuava a lamentarsi Gianni, piegandosi in avanti e assumendo la forma di un uncino, tanto era accasciato su sé stesso. Elli evitava di incrociare i suoi occhi acquosi; era la sua difesa contro il dovere di rispondere. E il silenzio ritornava vittorioso tra i due.

Mentre sorseggiava la sua birra, le tornò in mente Maria, la sua ex. Così bella che le faceva male anche solo il ricordo della loro vita insieme. Ma ormai, Maria se n’era andata. E lei non poteva liberarsi dal rimpianto di non averla salvata. Conviveva con quella sensazione amara da mesi, ma, nonostante cercasse in tutti i modi di arrestare il senso di vuoto che l’accompagnava con caparbia, il groppo di dolore non accennava a sciogliersi. Al contrario, rimaneva con ostinazione in gola, pronto ad esplodere in faccia a chiunque tentasse di convincerla che non era colpa sua.

Vide per la prima volta Maria una sera d’inverno. Il locale era pieno e rumoroso, come capitava spesso durante il fine settimana. Elli si dava da fare, ma avrebbe avuto bisogno di una cameriera per offrire un buon servizio. L’ultima era rimasta solo poche settimane, poi se l’era squagliata con una scusa improbabile, lasciandola sola proprio nel periodo di Natale.
Maria si avvicinò al bancone, aspettò, poi si fece avanti e chiese una pinta di birra bionda. Elli non aveva mai visto uno sguardo così: occhi come tizzoni ardenti, incorniciati da folte ciglia coperte di mascara nero, la fissavano impudenti. Si accorse di tremare. Ma era più che altro un moto interiore, perché le mani sembravano ferme ad una prima occhiata.

Appoggiò la birra al bancone e si diresse verso un tavolo davvero rumoroso. Disse qualcosa ai ragazzi che lo occupavano, e il frastuono cessò all’istante. Quando tornò con alcuni bicchieri vuoti in mano, Maria le disse:
«Scusa, posso farti una domanda?» ed Elli, appoggiando i bicchieri nel lavello, le rispose con una punta di agitazione:
«Sì, certo. Dimmi pure.»
«Mi chiedevo, non è che hai bisogno di una mano qui? Sai, sto cercando un lavoro serale. Ho già lavorato in un bar, forse potrei esserti utile.»
«Ehm, non so, sì, avrei bisogno di qualcuno che si occupi dei tavoli e delle comande. Pensi di poterlo fare?»
Maria si guardò intorno, poi si voltò di nuovo verso di lei:
«Sicuro! Sono la persona che stai cercando!» e, così dicendo, finì in un sorso la sua pinta. Elli rimase un attimo interdetta da quel modo di parlare. Le pareva una battuta da film e sorrise, ribattendo:
«D’accordo allora. Se ti va, puoi cominciare anche subito, così vediamo come te la cavi.»

Maria si alzò e andò dall’altro lato del bancone con fare deciso.
«Grazie, grazie mille!», disse ad Elli, porgendole la mano.
Elli la strinse guardandola negli occhi, mentre Maria ricambiava, piena di gratitudine.
«Prendi questo, per non sporcarti», le allungò un grembiule nero. Maria lo indossò subito, prese un blocco note e una penna che trovò di fianco alla cassa e si mise a leggere il listino. La serata proseguì a pieno ritmo; a Elli non pareva vero di aver trovato una collaboratrice così efficiente e simpatica. La fortuna l’aveva finalmente sfiorata.

Arrivò la sera di capodanno. Il pub rimaneva chiuso il 31 dicembre, anche se Elli di rado aveva impegni per quella serata; erano le sette e stava leggendo quando il telefonò vibrò. Non aveva voglia di rispondere e non alzò nemmeno gli occhi dalla pagina. Dopo poco, il telefono tacque. Poi, un’altra vibrazione la avvisò dell’arrivo di una notifica. Stavolta, Elli prese in mano il telefono e vide che era un messaggio di Maria: “Che fai stasera? Se non hai di meglio da fare, potremmo cenare insieme, che dici?” Elli sentì il suo cuore avere un fremito improvviso. La chiamò e si accordarono.

Che bella serata passarono insieme. Ricordava ogni minimo dettaglio, o così le pareva. Tutti i litigi, gli abbandoni, le scenate che seguirono alla loro unione erano cancellate dalla forza di quei ricordi prepotenti, quasi palpabili nella loro chiarezza. Il profumo e la morbidezza di quel corpo, così in contrasto con il carattere ruvido e imprevedibile di Maria.
E le idee balzane, gli amori improvvisi e folli, le passioni che la occupavano fino a sfinirla. Amava dipingere, e lo faceva con una foga sorprendente. Con la stessa violenza, amava Elli. Il loro era un rapporto simbiotico e irruento: non poteva durare, perché le avrebbe logorate.

Così, decisero, non senza discutere e abbracciarsi e piangere, di lasciarsi. Pochi giorni dopo, Elli ricevette una telefonata: Maria era morta.
L’avevano abbandonata davanti all’ospedale priva di sensi. Un attacco di cuore, o più precisamente, un’intossicazione da alcool e droga.
Elli lasciò cadere il telefono dalla mano; non poteva respirare. Si afflosciò sul tappeto come un sacco vuoto. Poi, d’improvviso, si alzò e uscì di casa. Camminò tutto il giorno senza meta. Verso sera, giunse davanti al pub chiuso. Affisse un cartello scritto a mano: “Chiuso per malattia”.

Rientrò a casa. Tutto le ricordava Maria, ma non voleva andarsene. Adorava il suo rifugio e non se ne sarebbe andata. A maggior ragione, ora che Maria non c’era più. Voleva ricordare. Voleva lei. Si versò un rum e si mise a guardare fuori. La Luna era sempre lì, sempre tonda e indifferente. Rimase a fissarla per un tempo interminabile, poi, sfinita, cadde addormentata in un sonno di piombo, vuoto e senza odore.

[Immagine: Morning Sun, di Edward Hopper, 1952]