emma frignani

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

tranche de vie di Emma

Frammenti d’infanzia

Oggi vorrei condividere con voi un racconto scritto dieci anni fa e di cui ho conservato gelosamente una copia cartacea. Lo lascerò così come è stato scritto da Emma ben dieci anni fa: la signorina amava i punti e la paratassi in maniera quasi ossessiva; del resto, il titolo richiama una realtà poliedrica e disarticolata, forse più vicina a stilemi che appartengono al mondo della poesia piuttosto che a quello della prosa.

Oggi si sta bene. respirando il vento con il timore che si addensi in un groppo ruvido, ma non arriva. dorme inebriata dal sonno, visioni sfuggenti sfilano, ricordi d’infanzia labili. profumi immaginati, capelli scuri di madre.

Le tende leggere si aprivano sul cortile di cemento sgranato. e la notte, la luce rossa rotonda al di là dei tetti la fissava bruciando la sicurezza di oggetti conosciuti, facendone ombre nemiche. il terrore diventava suo fratello in piedi di fianco a lei. straniata, si accorgeva di aver paura di lui e del respiro pesante dei suoi nella stanza di fianco. allora, la sua casa ardeva del rosso di quella luce distante. la fronte appoggiata alla finestra umida non poteva spostarsi e il sonno si appendeva ai rami del cortile.

Le tapparelle scosse dal vento proiettavano bagliori geometrici sul suo letto e sulle pareti. contemplava quelle perle luminose danzanti, come farfalle insensate, che la allontanavano dal sonno. suo fratello dormiva in un respiro ritmico, rassicurante. avrebbe voluto giocare, costruire torri e far librare nelle nuvole palloncini pieni d’elio. o abbracciare Mattia protetta dal calore secco delle lenzuola ricamate, ricordo di una nonna sconosciuta, ormai parte dell’universo delle sue fantasie. Mattia, gli occhi rotondi chiusi nel sogno, la mano stretta nella sua, generosamente sacrificata alle sue paure infantili. l’atteso passaggio dell’orda nera di streghe, i demoni alati che scorrevano appena sopra il suo letto, lasciando un’aria vibrante di terrore. screpolata, assorta, si scagliava nel buio contro le streghe. un passaggio rapido crudele che tagliava le coperte. poi, finalmente, un respiro, ma appena accennato. Il petto riprendeva a cullarla e il sonno e la fame risalivano alla bocca.

«Mattia, Mattia, ho fame»; si stropicciava gli occhi, la guardava e piano scivolavano in cucina, cercando uno spuntino adatto a saziare l’appetito notturno. latte e cioccolata negli ampi bicchieri cilindrici, la cui superficie frastagliata di piccole piramidi incuriosiva il tatto. a volte, Mattia non si alzava e le consigliava di respirare profondamente per riempire lo stomaco d’aria. cominciava a quel punto un fruscio regolare. era lei, che spostava in alto e in basso le braccia respirando più che poteva in esercizi improvvisati. i crampi la ditraevano, ma proseguiva, fidandosi incondizionatamente del bambino grande steso accanto a lei. un amore dolce la riempiva di lui. inghiottiva, continuava a divorare l’aria del sonno trascorso muovendo le braccia come per aprire lo sterno e dilatare lo stomaco, fino ad addormentarsi.

Poi, la mattina. salutava la madre dal terzo piano, chiusa nel terrazzo mentre lei se ne andava rimpicciolita dall’altezza. il suo abbraccio le lasciava sempre nel naso un profumo vago e malinconico, come di viola. Quell’odore era la mamma, i suoi occhi e il suo affetto delicato, timido ma deciso e costante. la osservava stirare, seduta nella stanza guardaroba o in cucina. veloce e organizzata, riusciva a fare la casalinga e l’insegnante, la madre e la compagna e di tutto questo non sembrava sentire il peso, spinta da un amore incessante e ostinato. una fierezza e un’eleganza silenziose caratterizzavano la sua presenza, forte e leggera, odorosa di viola, come il suo collo.

La domenica mattina era dedicata alla provvista di carezze, che mai mancavano in verità, ma di cui la bambina non era mai stanca. si intrufolava nell’enorme letto di legno scuro smussato dal giallo della coperta spessa e morbida e si riempiva degli odori dei suoi. papà sapeva di caffè e aveva le spalle lisce. teneva esposti sul comodino alcuni minuscoli personaggi che lei gli aveva donato. aveva dato loro un nome e una storia continuamente rinnovata e arricchita di dettagli e avventure. fusa negli abbracci e nel calore del padre e della madre non poteva chiedere altro e percepiva sulla pelle e nel ventre un’armonia rara, brillante.

Papà era spesso lontano per lavoro e la sua mancanza si faceva tagliente e dolorosa per tutti nella casa, svuotata delle sue parole e del suo affetto aperto e tattile. aspettava la sua telefonata serale, l’omino di burro, il paese senza punte, la pioggia di confetti, Giovannino perditempo, frammenti di una vita ulteriore, più reale e popolata di quella vera. babbo, solo nella sua stanza d’albergo, illuminata appena, anonima, con un libro sulle coperte e forse un diario, la accompagnava con la voce fioca in quei mondi sottili delle favole. come la sera prima di dormire, quando si sedeva ai piedi dei loro letti: la stanza prendeva a brulicare di fate, alberi mobili, creature spettrali e boschi aggrovigliati. il padre, occhi brillanti, pareva rivivere in quelle parole una parte della sua propria esistenza, altrimenti nascosta, ma di cui si coglievano i bagliori nell’espressione rapita del volto, impegnato a riafferrare memorie affievolite, schiacciate dal giorno. aveva un’immaginazione luminosa e pulita, che si fondeva con lo spirito dolce e riservato della sua compagna. Lei li guardava abbracciarsi in salotto o davanti all’ingresso di casa, i loro visi vicini e sorridenti, le labbra a dirsi segreti che sentiva di conoscere da sempre.

Il torpore la paralizza. rimane avvinghiata a quegli affetti vividi, feroci nella loro riscoperta chiarezza. Si alza, si veste in fretta, sale in macchina.
«Ciao mamma. Sto venendo da voi… No, tutto bene, avevo solo voglia di salutarvi. Arrivo tra venti minuti».

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1 Comment

  1. Nicola

    Mi è salito un groppo di malinconia. Bello. Bello veramente Emma… e c’è un non so ché di Gibsoniano nel modo in cui racconti 🙂

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