emma frignani

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

Elga ricorda la sua nonna.

La nonna

Il profumo intenso del caffè fece riaffiorare in lei il ricordo vivido di sua nonna.
La sua memoria, avvizzita da anni di sofferenza, ebbe un fremito.

Sedute al tavolo di formica della cucina, parlavano a voce bassa, perché le loro parole rimanessero all’interno della bolla d’intimità che le avvolgeva insieme all’aroma del caffè. Elga amava quei momenti di solitudine condivisa. Erano legate, lei e la nonna, da un filo tanto sottile quanto resistente. Non si trattava soltanto di un legame di sangue, era qualcosa di più profondo che non sapeva spiegare, che la faceva sentire vicina a quella donna, ancora imponente nonostante l’età, anche se a suo modo delicata.

Gli zigomi alti appena rosati, la carnagione bianca e la pelle così liscia da sembrare di porcellana. I capelli ormai radi, ma sempre ben pettinati a formare una nube vaporosa d’argento. Gli occhi che ammiccavano grigi da dietro le grosse lenti. Il naso diritto, lievemente schiacciato, che rimandava a una bocca sottilissima che la nonna truccava sempre con un rossetto magenta elettrico, anche se passava gran parte del suo tempo in casa. Doveva essere stata bellissima da giovane, alta e massiccia, lo sguardo fiero e l’aria beffarda.

«Elga, cosa dici, lo vuoi un caffè?»
«Sì, nonna, grazie. Lo bevo volentieri!»
«Dai, allora lo preparo. A modo mio, vero?»
«Certo, nonna! Bello nero e forte, come piace a noi.»

Se non era già in piedi attorno ai fornelli, si alzava con fare risoluto e si dirigeva al lavello, dove si disponeva a preparare il caffè secondo un rituale immutabile.
Dopo aver aperto la caffettiera, prendeva il barattolo del caffè dalla dispensa, lo apriva e raccoglieva la polvere scura un cucchiaino alla volta fino a riempire il serbatoio a metà. A quel punto, schiacciava meticolosamente il contenuto del serbatoio, finiva di riempirlo e dava un’ultima pigiata alla polvere.

Preparava una tazza grande, poi tornava a sedersi soddisfatta aspettando che l’aroma si spargesse nella cucina insieme al borbottio della bevanda.
Allora, si alzava di nuovo per versare il caffè incandescente nella tazza, che portava con orgoglio alla nipote.

«È buono eh? Io non posso berlo al pomeriggio, ma mi accontento dell’odore.»
«Sì, è ottimo. Nessuno fa il caffè come lo fai tu.»

Di fronte a quella dichiarazione, la nonna si commuoveva immancabilmente, e sfoderava uno dei suoi sorrisi disarmanti. Di quelli che inteneriscono anche una pietra. Elga le prendeva le lunghe mani e le baciava piano. A volte, si alzava per darle un abbraccio e baciarle la guancia vellutata, che sapeva sempre di crema.
Finiva il caffè, controllava l’ora e, se il nonno non era ancora tornato dal suo giretto in centro, lo aspettava per dargli un saluto.

La nonna scendeva sempre per accompagnarla al cancello. Elga la sgridava benevola perché non aveva piacere che la nonna facesse le scale, ma non c’era modo di impedirglielo. Quella donna era capace di una caparbietà straordinaria.
Si salutavano sulla porta con un abbraccio, poi la nonna la osservava uscire e allontanarsi.

 

 

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5 Comments

  1. Adriano

    Leggendo alcuni passaggi mi è sembrato di rivedere la mia povera nonna, sopratutto quando faceva il caffè 🙂

  2. Pades

    Molto delicato. Un unico dubbio, visto che tu non usi mai a caso le parole: perché “incandescente” e non “bollente”? “Incandescente” significa che emette una, seppur flebile, luminescenza.

    • Hai ragione, Pades, “incandescente” non è il termine più appropriato, ma volevo dare l’idea di questa tazza contenente un liquido scurissimo che pareva, dato il calore da altoforno, emanare una sorta di aura fumante. Poi, lo confesso, “incandescente” ha un suono magnifico.

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