emma frignani

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

Come nella sala d’attesa di un ospedale, aspettava. Non sapeva bene cosa, ma continuava ad aspettare.

L’attesa

Elli mal sopportava la stupidità. E ne era, suo malgrado, circondata quasi sempre. Aveva spesso un’annoiata aria di superiorità che non piaceva a nessuno. Rispondeva male e malvolentieri. Il suo malessere aveva un che di tangibile, come catrame, buono per tappare le buche sulla strada.

Era cosciente della sgradevolezza che emanava prepotente dal suo sguardo e dal suo corpo nervoso, ma non riusciva a controllarla. E, in fondo, non le importava più molto. Da quando aveva perso Maria, non le importava più di niente. Viveva per inerzia, sospinta da un’onda lenta e sempre uguale.

Come nella sala d’attesa di un ospedale, aspettava. Non sapeva bene cosa, ma continuava ad aspettare. Per un numero eccessivo di mesi, aspettò di intravedere Maria seduta all’esterno del bar dove amavano trascorrere pomeriggi a chiacchierare e a godersi la calma cittadina all’ombra rassicurante del Castello. Poi all’improvviso, non sapeva nemmeno lei come, quella sensazione era scomparsa, portata via dallo scorrere immobile del tempo.

Semplicemente, un giorno si accorse di non cercarla più nei vicoli, dietro le vetrine, stesa sul divano di casa o immersa nella sua pittura. Aveva finalmente compreso che non avrebbe più rivisto Maria. O, quantomeno, non l’avrebbe più rivista come ricordava di averla amata.
Eppure, continuava ad avvertirne la presenza in ogni respiro. La vedeva ancora soltanto nei suoi sogni irrequieti: stava bene, rideva e le raccontava dei suoi dipinti. Ma non si avvicinava mai. Era sempre bellissima.

Strano come fosse potuto accadere, come la figura languida e impalpabile di Maria fosse scomparsa, inghiottita dal suo stesso vuoto. Ridotta a un’ombra nella coscienza di Elli, una visione distante e, finalmente, colma d’affetto. La rabbia feroce per la sua morte si era disciolta insieme al rum e alle interminabili notti insonni in cui, stremata dal lavoro, tornava a casa in cerca di silenzio e solitudine.
Aveva preso a tenere un diario. Aveva letto in uno dei suoi tanti libri che scrivere aiutava in momenti come quello. Nessuno in realtà sapeva che momento era quello per la donna minuscola, abilissima a nascondere qualsiasi impressione di sentimento, a parte l’annoiata supponenza con cui fulminava le lingue della maggior parte dei suoi clienti.

Una notte, in orario di chiusura, si accorse che Elga era rimasta nel suo angolo in compagnia di una bottiglia di rosso ormai vuota. Che strana creatura quella, avrà avuto dieci anni meno di lei ma si portava addosso un’aria logora, come se fosse rimasta dentro un armadio troppo a lungo. I capelli corti erano sottili e grigi, gli occhi infossati e spenti, la bocca ridotta a un taglio appena percettibile. Eppure, aveva una luce in quei buchi scuri che erano i suoi occhi. Due pozze nere da cui cercava di emergere un bagliore.

«Elga, scusami. Dovrei chiudere, ma se vuoi rimanere ancora un po’ vai tranquilla, tanto devo ancora fare i conti e dare una pulita.»
Elga trasalì, alzò lo sguardo e guardò Elli per un lungo istante prima di rispondere:
«Oh, sì. Grazie Elli, rimango volentieri se non ti disturbo.»
«Ma va, te l’ho detto io! Lo sai che non mi faccio tante pare a buttar fuori i clienti», rispose sogghignando la barista, mentre si allungava dietro al bancone per prendere una bottiglia di rosso aperta.
«Ecco, offre la casa», disse, versando un altro bicchiere a Elga, che la ringraziò con un sorriso debole.

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11 Comments

  1. Adriano

    È incredibile come i tuoi racconti mi prendano talmente tanto da farmi immedesimare nei personaggi e sentire ciò che provano loro…

    • Adriano, che emozione leggere quello che mi hai scritto! Grazie grazie grazie. È una soddisfazione immensa sapere che ti immedesimi, che senti quello che sentono i personaggi. Perché li rende veri.

      • Adriano

        È come se lo fossero realmente, perché in fondo si tratta di storie che possono essere accadute nella realtà a qualcuno nel mondo 🙂

        Sono davvero felice di poterle leggere, scritte da te poi sono ancora più belle :*

        • Ecco perché continuo a scrivere queste storie, anche se non ero convinta potesse funzionare. Dubbi, perplessità e altre menate di vario genere si sciolgono –insieme a me – di fronte a un commento così

  2. Adriano

    Funzionano funzionano 😀 anzi mi hai dato lo spunto per una idea creativa

  3. Evviva! Aspetto i frutti della tua idea allora 😉

  4. Adriano

    Certamente, anzi mi piacerebbe svilupparla insieme e vedere se ha qualche potenziale, ma ne parliamo per E-mail così ti spiego tutto, tanto il mio indirizzo lo trovi nella sezione “commenti” nella bacheca di WordPress 😉 (non mi ricordo adesso se ci siamo mai scritti prima, perdono)

  5. Che bello, ci sto! Non ci siamo ancora mai scritti, dobbiamo rimediare 😉

  6. Adriano

    Dobbiamo assolutamente rimediare 😀

  7. Pades

    Sempre belli questi tuoi racconti. Mi è piaciuta molto la descrizione del passaggio, con lo scorrere del tempo, dalla rabbia per la morte di Maria all’affetto del ricordo. Così reale.

    • Ciao Pades, grazie per la visita, sempre graditissima!
      Piace molto anche a me quella parte.

      Giocare con i ricordi modificandoli e rendendoli altro da sé non ne guasta la verosimiglianza allora. Benissimo!

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