emma frignani

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

Lo strappo: un racconto di Emma Frignani

Lo strappo

Come Gandalf dovette morire per risorgere più potente e saggio, così, anche io ho dovuto abbracciare la Morte per uscire dalla palude bituminosa nella quale ero invischiata. Si battono le palpebre ed ecco, ci si ritrova precipitati in un’ombra dilagante.

Il dolore è attutito dai farmaci, non riesco ad aprire gli occhi, ma avverto la presenza di persone accanto a me, attorno a me. Mi stanno pettinando, manovrano con delicatezza il mio corpo inerte, come fossi una bambola troppo cresciuta. Mi stanno pulendo piano, sfregando sulla pelle una spugna o un piccolo asciugamano umido, di quelli morbidi e ruvidi al tempo stesso. Apro lentamente gli occhi, quasi fosse la prima volta. Il soffitto è verde acqua, e così anche le pareti; non vedo finestre, ma soltanto due grandi porte con vetri satinati ai lati opposti della camera. Alla mia sinistra, un letto dotato di sbarre laterali, vuoto. Le mie narici sono immerse in un odore di bucato e disinfettante; non mi dispiace quello strano connubio di pulizia. Una donna sui quarantacinque anni, in piedi alla mia destra, mi prende la testa e la solleva, mentre qualcuno dietro di me mi tiene i capelli tra le mani. Sembra li stia asciugando premendoli contro di sé. Provo a girarmi per guardare la persona che mi stringe i capelli: una giovane donna dall’espressione molto seria e tuttavia, non so come, dolce, mi sta strofinando i capelli contro un asciugamano bianco, tenendoli vicini al suo grembo. Indossa sottili guanti di lattice e cerca, di tanto in tanto, di disfare gli scombinati nodi insinuatisi tra le ciocche.

«Dove sono?»
«Buongiorno Laura, sei al sicuro, ora.»
«Ah, che bello, ma dove mi trovo?»
«Sei in ospedale, hai avuto un incidente.»
«Ma… ma io devo andare al lavoro. Devo avvertire i miei… Datemi il telefono per piacere.»
«Laura, i tuoi cari sanno già tutto. È due settimane che sei qui con noi.»
«Ma come… Cosa state dicendo?», faccio per alzarmi, ma non riesco a controllare il mio fisico. Nonostante i miei sforzi, pare che nulla intenda muoversi. Mi guardo sbigottita, infilata come sono in una veste, anch’essa verde acqua, dalla consistenza di carta consumata; un dolore lancinante allo stomaco: lo conosco questo rigurgito, è rabbia che vuole uscire.
«Cosa mi è successo? Cos’ho? Perché non riesco a spostarmi?» Non capisco.
«Laura, stai calma. Hai una gamba, l’ulna e qualche costola fuori uso.»
«Oh, cazzo! Ma com’è possibile?», grido, in preda all’orrore.
«C’è un’altra cosa… Hai un brutto livido nel cervello, ma ti abbiamo fatto una TAC e sappiamo che andrà a posto senza operazione: basta avere pazienza.»

Pazienza?, mi domando ironica, abbandonando la testa al cuscino sottile.

«A posto?! È danneggiato? Mi creerà problemi?»
«A posto, sì: il livido si riassorbirà non lasciando strascichi di nessun tipo, se non una piccola cicatrice, che dovrai ricordare di menzionare, qualora dovessi fare una TAC al cervello; questo, solo per evitare che venga presa per altro.»

Per un attimo, mi sento un po’ sollevata, poi penso che forse siano quelle boccette di liquido che galleggiano attorno al mio letto, e le cui estremità mi bucano le braccia, a farmi sentire così tranquilla. La donna più anziana si è girata e sta armeggiando con il tubo di una boccetta appesa ad un piccolo attaccapanni. Chiudo gli occhi, sono stesa dentro una barchetta comoda, che naviga lenta nel centro di un lago. Tutto attorno, il cielo e l’acqua sono color albicocca.

***

Si stupiva ancora di come, inaspettatamente e dopo tanto tempo, immagini così vivide di episodi del passato continuassero ad emergere in lei; di solito, succedeva mentre faceva la sua passeggiata quotidiana lungo l’ampio corso della città. Forse, proprio in quei momenti di quiete nomade, quando lasciava che il sommesso vociare dei passanti l’avvolgesse e gli odori delle botteghe riempissero il suo respiro, proprio allora, la sua mente sentiva più forte l’impulso di rievocare brani della sua vita, stimolata da fattori che lei non sapeva riconoscere, ma che la circondavano, colmi d’indizi segreti.

In principio, non aveva amato quelle visite improvvise e cristalline. Non sempre, infatti, aveva piacere di ricordare, ma la sua mente andava avanti per la sua strada, incurante del piacere o dispiacere che le poteva arrecare. Così, Laura decise di accettare la compagnia dei ricordi, quali che fossero. Che venissero pure a trovarla, avrebbe trovato loro una collocazione e un senso nella struttura fluida che immaginava fosse la sua esistenza.

Da qualche tempo, aveva preso a pensare alla sua vita come a un immenso archivio disposto secondo categorie di tempo, argomento e lettera alfabetica, che s’intrecciavano in miriadi di combinazioni e colori, a creare un albero pieno di cassetti di tante dimensioni. Aveva bisogno di riempire quei cassetti di significati. Dare un senso a quella carrellata di esperienze e di sogni che era la sua vita. Perché era ancora lì? Perché aveva avuto una seconda possibilità? Era davvero solo la seconda? O ce n’erano state altre, di cui non si era accorta? Era un caso? Cadeva spesso nel groviglio di domande che si era portata dietro dal risveglio dopo l’incidente. Leggeva un segno, ma non riusciva a tradurlo. Né voleva dargli un peso che, forse, immaginava soltanto che avesse.

Di una cosa era certa, il cambiamento era in atto. E si trattava di un processo irreversibile, incostante magari, intermittente, ma irreversibile. Non si poteva tornare indietro, a com’era prima: l’incidente aveva rotto la linea degli eventi. Da lì, si dipartiva una linea nuova di zecca, che non sarebbe potuta nascere altrimenti. E proprio lì, Laura si trovava sopra un abisso da riempire per poter avanzare.

Non si era mai sentita così fortunata. Aveva la sensazione che le fosse stato fatto un regalo dopo una brutta paura. L’ incidente aveva segnato la fine di un’era e la nascita di una nuova dimensione, nella quale tutto acquisiva sfumature inaspettate, diverse, come in un gioco di specchi. Tutto era simile, ma tutto era trasformato. Cose prima importanti, erano diventate piccole, alcune fino a scomparire. Erano mutati le orecchie e gli occhi, cambiato il modo di parlare, e, si accorse con sorpresa, di pensare. Spesso, si era ritrovata a credere che la sua indole profonda si fosse prosciugata in favore di una nuova natura. Ma poi, rovistando tra i cassetti della sua memoria, si riconosceva, sbiadita e lontana in certi casi, ma era proprio lei, senza dubbio.
Rimaneva un nocciolo, un nucleo luminoso, a ricordarle chi era. A darle la forza di cambiare senza aver paura di fallire, di essere incoerente, di non essere all’altezza. Cosciente che, a volte, da quelli che sono considerati incidenti, sfortune, fatalità, possono arrivare venti che ti indicano la direzione da prendere. Perché finalmente sai dove vuoi andare.

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6 Comments

  1. Un racconto prezioso, si parte da un evento di rottura per giungere dopo un percorso travagliato alla catarsi. Che sia autobiografico o meno (e mi auguro non lo sia), mi ricorda che arriverà sempre un Vento a cui potremo affidarci. Che le seconde possibilità vengono date a chi sa coglierle ed apprezzarle. Che non è mai facile crescere, non è mai facile affrancarsi dal dolore, ma quel nucleo luminoso è in noi e non ci abbandona, ci dà energia con il suo sfolgorante bagliore e la possibilità di condividerla con quella degli altri noccioli. Molto bello, Grazie Emma!

    • Davide caro, grazie di essere venuto a trovarmi! Il racconto è autobiografico e, ti dirò, per fortuna. No, non sono pazza —forse un tantino—, ma questa esperienza, da cui ho liberamente tratto il racconto che hai letto, ha determinato una svolta inimmaginabile nella mia vita. Ho proprio visto una nuova partenza. E ho trovato, sepolta da una catasta di stracci e fogli sparsi, la mia piccola, abbagliante, lucina. Grazie a te per la tua riflessione!

  2. avevo già annusato questa tua esperienza, posso solo dirti, ti voglio bene…

  3. Riuscire a cogliere il vento è una opportunità che non tutti riescono a cogliere, brava!

    • Grazie Susanna! In effetti, raccogliere un’esperienza traumatica e farne un bell’origami che ci faccia compagnia, ricordandoci che la vita è soltanto un soffio, non è facile. Fa male, ma, al contempo, ci permette di comprendere il valore di quello che siamo. E delle persone che incontriamo.

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