emma frignani

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

Messaggio a un ego che ha perso il suo centro

Messaggio a un ego che ha perso il suo centro

Chi semina vento…

C’è un momento per raccogliere e uno per seminare.
C’è un momento per dormire e uno per essere vigili.

Inspiro espiro, giorno notte, luce buio, caldo freddo, estate inverno, dentro fuori, ovulazione mestruazione, nascita morte, è solo questione di ascolto.
E di rispetto dei propri tempi. Inutile lottare. Lottare contro sé stessi, sempre.
Meglio lasciar andare, che è tutt’altra cosa rispetto all’arrendersi (da noi si dice significativamente “dargliela su”, una fine versione dell’inglese “give up”).
È vicino piuttosto allo scorrere senza attrito.

Perché se ci hanno educato fin da piccoli a combattere, a controllare le nostre pulsioni e i nostri desideri come se fossero delle vergogne da nascondere, non sempre è così. Anzi, di rado lo è davvero. Perché mai dovrei vergognarmi di ciò che sono? Di quello che desidero? Di quello che amo fare e che sogno? Perché? Chi lo dice? Dove sta scritto?

Abnegazione e forza

La mia generazione è cresciuta a pane e abnegazione: il boom economico vissuto dai nostri genitori, il clima anni 80 a metà tra spensieratezza e individualismo sfrenato, i cartoni giapponesi tutti sacrificio di sé e parossistica autodisciplina non hanno fatto altro che creare aspettative mostruose. In noi e in chi ci circondava.
La filosofia a supporto di questo ego da pompare all’estremo è quella che sostiene che se davvero vuoi una cosa la otterrai, a costo della tua completa dedizione fino all’annullamento. Mi viene in mente la serie “Fame” (“Saranno famosi”), un’altra pietra miliare della mia infanzia: non importa da dove vieni, non importa se sei ricco o povero, l’unica cosa che conta davvero è quanto sei disposto a sbatterti per il tuo sogno. Notti insonni, allenamenti massacranti, sessioni devastanti di studio ti porteranno dove non osi nemmeno immaginare.

Non c’è tempo per fermarsi, non puoi, non devi. Non ascoltare il tuo corpo, non fermarti mai. Non a caso, la cocaina è stata la droga anni 80 per eccellenza.
Onnipotenza in polvere. Socialmente accettabile, non sporca, non ti fa sembrare uno zombie, anzi, mette in risalto le tue qualità. Sei tu, di più.

E io?

Palle. Ecco cosa penso.
Che mi hanno frustrata e fatta sentire inadeguata e inutile per anni.
Troppo grassa, troppo asociale, troppo povera, troppo secchiona, troppo incazzata, in una parola, una sfigata.

Non è così. O meglio, senza dubbio per qualcuno sarò sempre una sfigata *aggiungi la caratteristica negativa che più ti piace*, ma per me cosa sono?
Il pericolo che deriva dall’essere bombardati, soprattutto negli anni dell’infanzia e della giovinezza, da un certo tipo di messaggi, nel mio caso quelli descritti poco sopra, consiste nel diventare la macchietta di sé stessi. Si tende per reazione – in qualche modo pirandelliana –  a diventare ciò che pensiamo gli altri vedano in noi.

Un po’ contorto, ma proviamo a spiegarlo (con un esempio del tutto casuale e che non ha corrispondenza nella realtà): tutti pensano che sia aggressiva perché dico quello che penso e non ho paura di reagire a ciò che vivo come un sopruso. Non perché vado in giro in cerca di rogne o minaccio i passanti insultandoli solo per il gusto di farlo, sia chiaro. Bene. È probabile che a forza di sentirmi dire, a proposito e non, che sono aggressiva io reagisca alimentando questa caratteristica anche quando non è necessario. Divento ciò che gli altri mi dicono che sono, un po’ come Marta nell’Esclusa del buon Pirandello, che, ingiustamente accusata di essere un’adultera, alla fine lo diventa.

Liberarsi da certi macigni non è per niente facile, anzi, a volte ce li portiamo dietro volentieri, quasi fossero animaletti pucciosi. Invece, ci tengono ancorati alla palude della ripetizione e del disgusto di noi. Lo sospettiamo da tempo, ma la gravità ha la meglio e noi rimaniamo inchiodati a terra.

Non sono una dottoressa in medicina né una scienziata né – ahimé – una psicologa, sto solo parlando di esperienze che ho vissuto su me stessa. Non ho ancora trovato soluzioni nelle tasche o negli abissi di qualche borsa, ma riflettere su argomenti per me spinosi mi aiuta – e spero possa aiutare qualcun altro – a trovare la giusta prospettiva da cui osservare il mondo senza farmi schiacciare dal dolore o diventare completamente indifferente e apatica.
Perché tutti quanti, in fondo, cerchiamo solo di essere felici.

 

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2 Comments

  1. Certe zavorre sono difficili da abbandonare, ma quando succede è una bella svolta. Mi ha fatto uno strano effetto leggere il tuo post subito dopo avere pubblicato il mio. Ho spesso l’impressione che gli argomenti non siano personali, ma circolino nell’aria che si respira.

    • Ciao Grazia, che piacere averti qui!
      Lasciarsi alle spalle certi pesi può rivelarsi davvero La svolta.
      Ma non dobbiamo essere troppo severi con noi stessi, il rischio è quello di peggiorare la situazione.

      Leggerò al più presto il tuo articolo, sono curiosa!

      Anch’io penso che certe idee, un certo sentire, permeino l’aria. Alcune narici avvertono con chiarezza determinati odori. Alcune idee si attorcigliano attorno a determinate menti come edera.

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