emma frignani

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

La maggiore difficoltà nel trovare la propria strada, il proprio destino, insomma chiamatelo come preferite, sta nel trascorrere la maggior parte del proprio tempo a negare ciò che non vogliamo.

Negazione e strade sbarrate

La maggiore difficoltà nel trovare la propria strada, il proprio destino, insomma chiamatelo come preferite, sta nel trascorrere la maggior parte del proprio tempo a negare ciò che non vogliamo.

Da ragazza, mi dicevo con fare perentorio che io non sarei mai stata un’insegnante – il motivo non è importante –, che non avrei mai e poi mai trascorso la mia vita a fare da assistente a un professore che mi avrebbe trattata come una schiava. Che non sarei diventata una dipendente comunaleprovincialestataleintergalattica. Che non sarei mai stata una cacciatrice né una calciatrice. Che non sarei mai e poi mai stata una modella – aiutata, in questo, da dati oggettivi.

Ecco, mentre ero in doccia, ho riflettuto su tutta questa energia spesa a negare (sbraitando) ciò che non volevo. A tutte queste negazioni. Vuoti che occupano spazio. Il tuo spazio. Che diventano te.
A furia di negare, si rischia di diventare quel vuoto. Un’identificazione pericolosa e malsana, che ruba anche le briciole di buono presenti in qualsiasi individuo. Anche noi stessi (qualsiasi sia l’opinione che abbiamo di noi).
Ecco forse il motivo per cui, per anni, mi sono sentita “come burro spalmato su troppo pane” (cit.).

Non sono un’ottimista, non sono solare (che cosa significa poi? A me ricorda l’attacco solare di Daitarn) e paciona. Non lo sono mai stata, che io ricordi. Non sono cieca di fronte ai miei difetti né alle innumerevoli deformità dell’animo umano. Ma mi sono stancata di vedere solo i buchi prodotti da tutto questo negare con irruenza qualcosa che non voglio. Diventare essere vivere respirare mangiare sentire.

E ora, che mi sto concentrando da qualche anno a diventare quello che voglio, mi accorgo con chiarezza di quanto potesse risultare insopportabile il mio costante, ostinato negare. Evito quello che non mi va, sia chiaro. Evito senza rancore, senza rabbia. Evito come si potrebbe evitare un escremento mentre si va a spasso. Per non averlo sotto la suola.
Ma non ho più intenzione di passare le mie giornate a negare quello che trovo ingiusto, inadatto o inutile. Passo oltre.

Non è così immediato, almeno per una persona da sempre abituata a giudicare, sentenziare e riempirsi di ordini e divieti. È semplicemente più funzionale a quello che sto perseguendo: cerco di concentrarmi su quello che desidero ottenere o raggiungere (e mi tiro su le maniche per avvicinarmici).

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13 Comments

    • Grazie Alberto!
      Questo articolo era confinato nelle bozze da troppo tempo.
      Riaprendolo, ho riaperto una ferita che mi porto dietro da anni.
      E che non voglio dimenticare. Voglio però diventi una cicatrice pulita e non infetta. Me lo devo.

  1. Ecco la parola SOLARE: pure ame fa venire l’orticaria!!! SÌ SÌ SÌ

    • Che ridere Nat! Sì, ci sono parole che hanno la capacità di farmi rabbrividire. In senso fisico, mi fanno alzare i peli delle braccia e i capelli. Sia in senso buono, sia, come in questo caso, in senso cattivo.

  2. Andre

    Sono troppo vecchio per perdere tempo con le cose che non mi interessano. E poi aggiungo che noi siamo fatti in modo da funzionare per obiettivi e perdere tempo su ciò che non si vuole non porta verso ciò che si vuole.

    • Hai perfettamente ragione Andrea.
      Ho notato però che molti di noi e, più spesso ancora, molte di noi sembrano rincorrere desideri e obiettivi che non sono i propri.
      Forse sono quelli che altri ci hanno messo addosso, come abiti che non ci stanno bene, ma almeno coprono le nostre nudità.
      E mi sono resa conto che per anni ho speso davvero troppe energie a cercare la mia identità nel negare questo e quello, come a lavorare di scalpello per togliermi di dosso cose che sentivo opprimenti. O con le quali mi pareva di non poter andare d’accordo.
      Poi, sono cresciuta. Non sto parlando di anagrafe, ma di testa. E mi è successo tardi. Ma è successo e sta continuando a succedere.

      E ne sono felice, perché finalmente mi sono accorta che mi concentro sulle soluzioni (da cercare) piuttosto che sulle negazioni.

  3. Pades

    “A furia di negare, si rischia di diventare quel vuoto.” Illuminante.
    Condivido il tuo pensiero e l’intero post parola per parola.

  4. Mi rivedo pienamente in questo articolo. È parte di una trasformazione che ho iniziato qualche anno fa e che è ancora in corso d’opera: chiamiamola “drastica diminuzione dei giudizi accompagnata da drastico aumento della volontà di perseguire la propria strada, con determinazione, evitando accuratamente gli ostacoli (quando posso) e le persone che non mi piacciono (quando posso)”. In molte meno parole, credo che questo possa semplicemente chiamarsi “crescere”.
    Ciao Emma.

    • Ciao Mauro! Che piacere tu sia passato a trovarmi. Esatto, crescere. Al tempo del continuo negare, crescere mi sembrava legato a una resa, all’abbandono dei propri ideali. Insomma, la crescita era ai miei occhi un compromesso inaccettabile. Poi, vivendo – e soprattutto commettendo numerosi errori – mi sono accorta che ciò che leggevo come resa era un costante atto di umiltà e coraggio. Un limarsi senza per questo snaturare la propria identità (il “ghost”). Per nulla semplice; tantomeno marchio di arrendevolezza.

      • Condivido pienamente il sentimento di arrendevolezza, che vivevo soprattutto in fase adolescenziale. È un piacere passare e leggerti. A presto.

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