Se ne stava seduto su quello sgabello da ore. Aspettando chissà quale miracolosa apparizione, forse la donna dei suoi sogni, forse un amico con cui scambiare due chiacchiere e, magari, condividere le proprie angosce; non per molto, il tempo di un paio di drink. Poi, sarebbe tornato a casa. Solo. Si sarebbe fermato a prendere una pizza e una birra alla pizzeria che faceva angolo, le sigarette al distributore automatico. Ed ecco, era pronto per un’altra serata in compagnia di qualche improbabile programma tv sgranato e rumoroso. Tanto per sentire un po’ di brusio prima di addormentarsi sul divano.

Immerso in queste considerazioni, Mario si alzò e si avvicinò alla porta d’ingresso del locale. Dai vetri, si potevano vedere i passanti camminare veloci verso casa. L’inverno in città era sempre più buio e compresso. Come se l’aria fosse più densa, quasi irrespirabile, tanto era umida e gelata. Cappotti e sciarpe non bastavano certo a proteggere da quella sensazione di freddo interiore, che pareva nascere dal sangue stesso e s’insinuava nelle ossa, ad ogni brivido più giù.

Intento ad osservare il passaggio, non si accorse della donna dietro di lui, ferma in attesa di uscire. Gli sfiorò leggermente una spalla, sussurrando un “permesso” pieno di fastidio. Lui trasalì, si girò di scatto e si fece da parte per lasciar libero l’ingresso. Lei lo ringraziò secca e, aperta la porta con una mano, si sistemò la sciarpa con l’altra, liberando un delicato profumo di gelsomino.

Mario ritornò a sedere e si guardò intorno: il bancone del bar ospitava un altro avventore, mentre i tavolini della sala erano tutti vuoti, a parte il tavolo in angolo, occupato da un’anziana coppia di bevitori. Ma quel posto non sembrava mai triste nonostante la penombra, anche quand’era silenzioso e deserto; o forse, lui preferiva quel clima di complicità assorta e rispettosa che si creava tra i clienti abituali e la barista, una donnina smilza che fumava costantemente e aveva piccoli occhi verdi in grado di trapassarti, se necessario. Il suo nome era Elisabetta, ma nessuno la chiamava così; per tutti, lei era “Elli”.

Mario si era affezionato a quel cosino che si muoveva dietro al bancone e attorno ai tavoli a velocità impressionante, che ci fosse gente o meno: anche quella sera, infatti, Elli si spostava qua e là, armeggiando con i bicchieri e le stoviglie, trasportando fusti di birra più grandi di lei e controllando che i portatovaglioli fossero pieni e perfettamente al centro dei tavoli. Quando, in una serata tranquilla come quella, qualcuno dei clienti le faceva presente che poteva fermarsi e riposare, lei rispondeva mugugnando che così si passava il tempo. Non ce la faceva a stare ferma, nemmeno per un secondo. Puliva la superficie scura del bancone, lavava e asciugava tutti i bicchieri, anche quelli puliti. Svuotava i posacenere e li impilava accanto alla cassa, contava i soldi dell’incasso. Prendeva un blocco note, guardava per un po’ nel vuoto, come se cercasse qualcosa nell’aria, poi cominciava a scrivere una lista interminabile di ordini da fare. Compiuta questa operazione, si versava un bicchierino di rum, che finiva in un sorso sbrigativo, per poi accendersi subito un’ennesima sigaretta.

Mario, che la osservava da tempo, intenta in tutte quelle faccende, le chiese a bassa voce:
«Ehi, Elli, non ti senti mai come se non fossi al posto giusto? Non so, come se ci fosse qualcosa di sbagliato e che tu ci fossi rimasta intrappolata dentro?»
Elli si appoggiò con i gomiti sul bancone di fronte a lui, espirò una nuvola di fumo sopra la sua testa e si fermò a fissarlo incuriosita:
«Non saprei. Mmm… Che domanda, Mario! Intrappolata dove? Nella vita, sono intrappolata, ecco. In questo buco di merda, sono intrappolata. A star dietro a una manica di mentecatti ubriaconi. Senza offesa, eh, però devi ammettere che a vederla così può sembrare una trappola per topi, no?»

Mario tracannò la sua birra, estrasse il pacchetto di sigarette dal taschino della camicia, strappò la plastica che lo chiudeva e tirò fuori una sigaretta con i denti. Elli gliel’accese con una rapidità sorprendente, come se si fossero accordati. Mario, dopo aver aspirato profondamente il fumo fissando il buio del bancone, alzò gli occhi verso la barista:

«Già, una trappola per topi. Ecco, io mi sento più o meno sempre così, sempre in trappola. Come se avessi fatto una mossa sbagliata chissà quando e fossi finito per sbaglio in un vicolo cieco. Ma non riesco più a uscire, né a tornare indietro, e continuo a sbattere la testa contro quel maledetto muro.»

In quel momento, entrò una donna. Bella a suo modo, anche se sembrava uscita da una lavatrice, tanto era stropicciata e stanca. Si avvicinò al bancone, dove Mario ed Elli erano rimasti immobili a guardarla.

«Salve!», disse con tono di sfida.
«Salve a lei, cosa le do?», rispose Elli, per nulla preoccupata da quell’atteggiamento.
«Una birra media rossa e un Jameson, grazie», rispose prontamente la donna, mentre si toglieva la giacca e l’appendeva ai ganci che spiccavano da sotto il bordo del bancone. Mario spense la sigaretta nel posacenere e si alzò per andare in bagno.

Fermo di fronte allo specchio, si guardò imbarazzato: barba di qualche giorno, capelli rasati che lasciavano intravedere qualche riflesso argento, occhiaie profonde e guance scavate. Non era proprio quello che si dice un uomo aitante, anche se non si poteva dire fosse brutto o spiacevole, con quello sguardo nero, di una profondità sconcertante, e lunghe mani affusolate, ma forti.

Si lavò il viso con qualche getto di acqua fredda, si asciugò velocemente con un asciugamano di carta e uscì per tornare al suo posto.

La donna, che era entrata poco prima, si era seduta ad uno sgabello di distanza da lui. Stava scrivendo fitto su un piccolo quaderno nero. I capelli, scuri e morbidi, le coprivano parzialmente il viso, cosicché non si poteva vedere la sua espressione. Si fermò di scatto, lasciò cadere la penna nel mezzo del quaderno e finì il whiskey in un sorso.

«Scusi, ne posso avere un altro, per piacere?»
Il suo tono era cambiato, ora: suonava distante e malinconico.

Elli prese la bottiglia di Jameson e riempì il bicchiere, che sostava vuoto di fianco alla media rossa, ormai agli sgoccioli, poi ritornò alle sue piccole manie, che riversò stavolta sulle bottiglie di alcolici, risistemandole tutte daccapo con impercettibili movimenti rotatori, perché si vedesse bene l’etichetta.

Mario era incuriosito da quella donna, che sembrava non essersi neanche accorta della sua presenza. Non lo aveva guardato nemmeno quando era entrata. O, almeno, così era parso a lui. Chiese a Elli un’altra birra. Elli, con un gesto rapido, gli porse una bottiglia, stappandola mentre l’appoggiava al bancone davanti a Mario, che la raccolse subito per berne avidamente il contenuto.

Avrebbe voluto dire qualcosa, ma si sentiva patetico e impacciato.
Non voleva provarci, sia chiaro, non l’aveva ancora nemmeno vista in faccia. Aveva soltanto un bisogno doloroso di fare due chiacchiere con qualcuno.
Mentre rifletteva sulla sua solitudine, la donna si girò verso di lui:

«Scusi, posso chiederle una sigaretta? Sono rimasta senza e non so dove comprarle qui vicino.»
«Certo, tenga pure», le allungò il pacchetto. «Non ho d’accendere, però.»
«Non importa, grazie, l’accendino ce l’ho», rispose lei, sorridendo appena, mentre tentava di estrarre una sigaretta dal pacchetto morbido senza rovinarlo. Aveva due occhi tristissimi, smisurati su quel viso così piccolo. Con una pelle diafana che sembrava quasi quella di un pesce, trasparente.

«Posso chiederle come si chiama?», gli domandò, guardandolo con quelle pozze che aveva al posto degli occhi.
«Mario, e lei?», ribatté sorpreso Mario, che non si poteva definire proprio estroverso, ma che approfittò della domanda, nella speranza di poter così iniziare una conversazione.
«Irene», rispose la donna, scostando i capelli di lato e chiudendo il quadernetto. Poi allungò la mano destra per stringerla al suo nuovo interlocutore. Mario gliela prese e la strinse delicatamente, sorridendo.

***

Steso sul divano, non ricordava molto di quella serata, che andò avanti per un tempo che gli parve infinito. Rimasero a chiacchierare fino alla chiusura, quando Elli li fece pagare e chiese loro di uscire senza troppo garbo.
Rimasti al freddo, davanti al bar chiuso, fumarono un’altra sigaretta in silenzio, poi Mario disse in un fiato:

«Che fai? Ti va di fare un salto da me per bere il bicchiere della staffa?»
«Perché no? Abiti lontano?», rispose Irene senza espressione.
«No, proprio qui dietro, sono solo pochi passi», disse Mario, prendendola a braccetto e avviandosi lentamente verso casa.

La città sembrava un set cinematografico, tanto era vuota, silenziosa e immobile. Con quel cielo nero, da cui i palazzi sembravano uscire a forza.
Ora, l’aria sembrava più leggera e frizzante.
Salite alcune rampe di scale, entrarono in casa.

«Scusami, c’è un po’ di casino. Sai, non sono abituato ad avere ospiti», si scusò Mario, andando subito ad aprire la finestra del soggiorno per cambiare aria.
Bevvero ancora, chiacchierando di tutto e di niente.
Poi, quasi senza accorgersene, si ritrovarono a letto.

Il giorno dopo, quando Mario si svegliò, era solo.
Si alzò a fatica, per vedere se Irene fosse in bagno o in cucina.
La casa era vuota, come sempre.
Prese la macchina del caffè, la lavò, la riempì d’acqua e di polvere di caffè. Poi, si accese una sigaretta, in attesa del borbottio della moca.

Vide che sopra al tavolo del soggiorno c’era un biglietto.
«Ciao Mario, scusami se non ti ho salutato, ma dormivi così bene che non ho voluto svegliarti. Grazie per la bella e imprevista serata. Questo è il mio numero: 328 5621***. Chiamami, se ti va. Un bacio. Irene»

[Immagine: Evening Rendezvous, di Edward Hopper]