«Sai che di notte gli occhi mi diventano azzurri come i tuoi?» le disse in tono altezzoso la cuginetta, guardandola dall’alto della sedia con i suoi occhi nocciola spalancati.
«Ah», rispose Mina, che continuava a sistemare per colore i lego sparsi sul tappeto.
«Sandra, smetti di dire bugie!» intervenne la madre, che chiacchierava con la suocera nel salotto accanto.

«Ma non dico bugie! È vero, è vero!»
La madre entrò nella stanza e carezzò la testa di Mina.
«Sandra, perché devi dire queste cose? Lo sai che non va bene dire le bugie. I tuoi occhi sono bellissimi così come sono, smettila di raccontare questa baggianata a Mina. Mina, ti piacciono gli occhi di Sandra, vero?» chinò il capo verso la bambina che guardava la scena intimidita.
«Sì, mi piacciono gli occhi di Sandra, sembrano di cioccolata!» rispose lei solenne, dopo un momento di esitazione.
«Visto tesoro? Tutti amano il colore dei tuoi occhi! Perciò, smetti di inventarti queste sciocchezze per piacere, sei grande ormai», riprese la madre fissando severa sua figlia, imbronciata e lì lì per scoppiare in lacrime.

Mina non capiva cosa ci fosse di male nel fatto che gli occhi di Sandra cambiassero di colore durante la notte. Se lei poteva volare sopra la sua casa e, qualche volta, sopra il paese intero, se poteva avere un cavallo alato tutto suo, non vedeva perché Sandra non potesse avere gli occhi azzurri. Le sembrava una cosa del tutto plausibile. Chissà, forse, mentre dormiva i suoi occhi diventavano neri come quelli del nonno o verdi come quelli di suo fratello. Lei non se n’era mai accorta. E, anche quando si svegliava durante la notte per fare pipì o bere un bicchiere di latte, i suoi occhi erano sempre rimasti del loro colore azzurro intenso. Per esserne sicura, aveva preso a controllarli nello specchietto che la mamma teneva nella cesta in cucina, insieme a libriccini, fazzoletti di carta e altri oggetti di cui non conosceva la funzione, ma che di sicuro avevano una loro utilità.

Sandra se ne rimase seduta sulla sedia a braccia incrociate. Mina provò a parlarle ma lei non rispose e nemmeno la guardò. Mina non se la prese, ma cominciò a piangere piano. Voleva un gran bene a Sandra e non sapeva come comportarsi. Non era colpa sua se era nata con quegli occhi, che a lei piacevano come tutti gli altri. Anzi, a dirla tutta, lei preferiva gli occhi scuri, perché quelli chiari le davano una sensazione di smarrimento e vuoto. Ma non era capace di spiegarlo a Sandra, che comunque non ne voleva sapere di ascoltarla, presa com’era dal suo ruolo di vittima.

Verso metà pomeriggio, la nonna arrivò con una bella fetta di ciambella e due bicchieroni di latte.
Mina interruppe immediatamente la sua catalogazione dei lego per andare a sedersi accanto alla cugina che rimaneva impassibile nella sua rabbia.
«Dai Sandra, cos’è quella brutta faccia col broncio? Non sei mica bella quando fai così! Fa’ la brava e da’ retta alla tua mamma» disse la nonna a metà tra lo scherzo e il rimprovero, prendendo tra le lunghe mani il viso della bimba, che ebbe un impercettibile quanto vano moto di rivolta.

* * *

«Mina, dobbiamo andare adesso! Tu starai qui con la zia e Sandra, vi divertirete. Mi raccomando, fai la brava e dai sempre ascolto alla zia, va bene?» disse la mamma a sua figlia, che la ascoltava silenziosa. Salutò la zia e la cuginetta ringraziandole per l’ospitalità e diede un abbraccio a sua figlia prima di sparire dietro la porta d’ingresso dell’appartamento.
Quella sera, dopo cena, le piccole cugine si divertirono giocando con le Barbie mentre la zia guardava la tv in salotto. Mina aveva portato con sé la sua preferita mentre Sandra ne poteva vantare un intero drappello sottomesso alla sua autorità.

Ad un certo punto della serata, la madre dovette correre nella stanza dei giochi: l’urlo di Mina l’aveva fatta saltare sulla poltrona. Carlotta, così si chiamava la mamma di Sandra, era abituata ai continui capricci della figlia, meno a quelli della cugina più piccola, così tranquilla che non ti accorgevi neanche di lei.
Mina era una bambina delicata che si faceva amare senza saperlo, anche se la sua timidezza le rendeva la vita difficile nel piccolo universo infantile, fatto di dispetti e prevaricazioni. Carlotta le era molto affezionata e questo suscitava le ire inconsce di sua figlia.

«Mina, bimbe, cosa succede?» entrò come una furia nella stanzetta.
«Niente mamma! È Mina che rompe, forse dovrebbe andare a casa sua» rispose pronta Sandra guardando con occhi supplichevoli la madre.
Mina accarezzava con una mano il corpo della sua Barbie mentre con l’altra impugnava la piccola testa staccata. Stava piangendo in silenzio e non alzava gli occhi dalla sua bambola, come se potesse, così facendo, rimettere al suo posto il capino separato.

«Cosa è successo Sandra? Sei stata tu?» insistette Carlotta, che si stava arrabbiando. Di fronte al silenzio ostinato della figlia, si rivolse a Mina, chinandosi alla sua altezza:
«Mina, me lo dici tu cosa è successo? Dammi la bambola che te l’aggiusto»
Mina non rispose e tirò su con il naso mentre consegnava la sua bambola alla zia. Alzò lo sguardo verso la donna e poi lo volse verso sua cugina che osservava la scena con un’aria indecifrabile.
Riparata la Barbie, la madre mise a letto le due bambine tra le lamentele di Sandra e il mutismo avvilito di Mina.

«Sei ancora arrabbiata Mina?»
«No, Sandra. Son solo un po’ triste, tu non vuoi che stia qui con te e la zia»
«Ma cosa dici? Non è vero!» rispose Sandra in tono di protesta.
«È che quando ci sei tu, la mamma diventa diversa. Forse non mi vuole più bene perché sono cattiva»
«La zia ti vuole un sacco di bene. Anche se delle volte fai arrabbiare» disse Mina sbadigliando «Notte».
«Notte Mina», rispose poco convinta la bambina più grande.

«Tu però mi credi che di notte ho gli occhi come i tuoi?» riprese poco dopo Sandra, rivolgendosi alla cuginetta che nel frattempo era scivolata in un sonno da cui si svegliò soltanto la mattina dopo.