Confusione, straniamento, paura caratterizzano l’intreccio tumultuoso di questo romanzo della giovanissima Annarita Faggioni, già autrice di racconti e poesie. Frutto anomalo di un fortunato racconto dal titolo Un gioco di pedine, parte della variegata antologia I racconti depennati, L’ombra di Lyamnay riprende tematiche care alla tradizione fantascientifica, come i concetti di livellamento e omologazione, in cui l’uguaglianza si piega fino ad assomigliare ad una piatta uniformità remissiva, per assurgere a valore assoluto fino a diventare l’arma più potente del Grande Fratello nel bellissimo 1984 di Orwell.

Un’altra nota che desta inquietudine e un sottile senso di scoramento è data dalla quasi assenza di bambini, i quali, nel deprecabile caso vengano alla luce, sono presto destinati a ricevere un’educazione che mi ha ricordato vagamente l’ipnopedia e i processi di condizionamento de Il mondo nuovo di Huxley.
In questa società, essere genitori è una vergogna e i bambini devono subire un trattamento che inibisca del tutto l’immaginazione. Perché l’immaginazione è sovversiva.

Sai perché la temono tanto? Perché è l’immaginazione a dettare l’universo. Ogni soluzione ha una radice nell’immaginario di qualcuno. E loro non vogliono soluzioni.

La vicenda si svolge in una sorta di paradosso spazio-temporale, dove sonno e veglia, sogno e realtà si mescolano in un’atmosfera tanto rarefatta quanto intensa.
E dove i personaggi costruiscono trame inaspettate e imprevedibili, quasi ad imitare i repentini e violenti mutamenti climatici, causati da un’umanità ingorda ed egoista, vittima del suo stesso procedere ottuso.

Tutta la storia ruota intorno a cinque personaggi principali, fortemente caratterizzati e dotati di personalità complesse e, a tratti, contradditorie; nel loro agire, essi rappresentano le diverse sfaccettature della personalità dell’Iniziatore, una sorta di demiurgo di Skylhope, che racchiude in sé ombre e luci caratteriali proprie di ogni essere vivente.

In questo romanzo, il delirio di onnipotenza dell’uomo viene portato alle sue estreme conseguenze. Il desiderio di controllo mi ha ricordato l’agire dei programmi senzienti di Matrix, che, mossi dalla ferma volontà di rendere perfetta l’esistenza degli umani, sono costretti a schiacciare il significato stesso della vita.

Come direbbe Lyamnay,

dite di sì, ma ragionate con la vostra testa.

[Immagine tratta dalla copertina del romanzo, creata da Alessia Savi]