Riprendo in mano Rapporto di minoranza, il cui titolo provoca nelle mie viscere un sommesso moto di terrore misto a leggerezza.

L’esistenza di una maggioranza implica logicamente
una minoranza corrispondente

si legge nel misterioso messaggio recapitato nel capitolo V al protagonista, il commissario John Anderton, vittima paradossale del sistema di cui si erge a paladino indiscusso, nell’autorevole veste di responsabile della sezione Precrimine della polizia.

La storia, ambientata in una società in cui il crimine è pressoché estinto proprio grazie all’avvento della Precrimine, mette in rilievo angoli spinosi della morale comune e problemi da sempre legati a certa filosofia, quando non anche ad una sorta di vena mistica, che pervade diverse opere di Dick: libero arbitrio, processo alle intenzioni, determinismo, ordine, scelta, sono alcuni dei punti salienti su cui l’autore fa leva per costruire la sua narrazione in un susseguirsi di trompe-l’oeil fuorvianti, che sballottano il lettore da un opposto all’altro, senza che egli possa controllare in alcun modo l’inaspettato e incongruente flusso degli eventi.

Il lettore si ritrova ad essere spaesato, immerso in un mondo dove nulla è ciò che sembra, e nessuno è ciò che dice di essere, tranne forse gl’idioti, nome attribuito dall’autore ai precog, individui deformi e martoriati, che con le loro previsioni contribuiscono involontariamente al successo della polizia preventiva.
Nonostante il loro dono sia apprezzato in ugual misura dalla società, che finalmente si sente protetta, e dalla polizia, che finalmente si sente onnipotente, ai precog non è riconosciuto alcun diritto e la loro non può essere considerata vita. Ma di questo non si parla se non per accenni nel racconto, mentre il film ne fa uno dei temi portanti, forse per la sua potenza emotiva.

Gli idioti mormoravano tutto il giorno, imprigionati nelle loro sedie speciali dagli alti schienali, mantenuti in una posizione rigida da bande metalliche e fasci di cavi collegati con elettrodi. Le loro necessità fisiologiche venivano espletate automaticamente. Non avevano necessità spirituali. Simili a vegetali, borbottavano, sonnecchiavano ed esistevano. Le loro menti erano offuscate, perse tra le ombre.
Ma non le ombre del presente. Le tre creature farfuglianti, che incespicavano nelle parole, con le loro teste abnormi e i corpi devastati, stavano contemplando il futuro.

Alla loro capacità divinatoria fa eco la spietata perizia analitica di Anderton e dei suoi colleghi, che detengono, insieme alle profezie dei precog, un’enorme autorità:
la facoltà di decidere della vita altrui sulla base non di fatti, ma di mere supposizioni, che trovano il loro nutrimento nelle frammentarie visioni di quelle povere creature, inermi Tiresia nelle mani di un potere che, proprio per la sua stessa struttura, risulta destinato al fallimento.

Il talento assorbe tutto; lo sviluppo abnorme del lobo esp ha fatto atrofizzare il resto dell’area frontale. Ma cosa ce ne importa? Noi abbiamo le loro profezie. Ci danno ciò di cui abbiamo bisogno. Loro non ci capiscono niente, ma noi sì,

è la spaventosa dichiarazione del commissario di fronte alle perplessità del suo successore.

Ma presto, Anderton si ritrova invischiato nelle spire del sistema di cui va così fiero: un vaticinio lo vede colpevole di assassinio. L’istinto di sopravvivenza prende il sopravvento in un turbinio di svolte inaspettate, che sembrano riavvolgere la trama su sé stessa per riscriverla daccapo, in un groviglio di cui non s’intuisce la soluzione.

Anderton non crede in nessun modo al responso scritto sulla scheda, optando per un complotto ad alti livelli, di cui sarebbe la vittima designata. Incapace di accettare l’infausta profezia, inizia, novello Edipo, la sua personalissima e disperata ricerca della verità. Ma, come già c’insegnano le antiche tragedie greche, non si può lottare contro il proprio destino, se non arrivando proprio dove il destino ci vuole, in una trappola di continue illusioni che ci affossano ancor prima che possiamo accorgercene.

Forse era rimasto intrappolato in un assurdo circolo temporale senza ragione e senza inizio né fine.

Anderton vive, in una specie di contrappasso, la follia di una struttura che valuta l’individuo in base a ipotesi non verificate e, “attraverso la metodologia del sistema precrimine, viene… dichiarato un potenziale assassino e in quanto tale perde il suo diritto alla libertà e tutti i suoi privilegi”.

In una continua, estenuante, sovrapposizione di verità parziali e apparenti, Anderton si getta a capofitto nella bocca spalancata della sua sorte, solo, perché unico a comprendere ciò che sta davvero accadendo, in un vortice che ricorda l’Uroboro, dove il controllo e il potere da esso derivante non hanno né inizio né fine.

Il rapporto di minoranza rappresenta una possibilità di salvezza, un clinamen, un’impercettibile inclinazione spazio-temporale che determina un futuro alternativo e vanifica il concetto stesso di determinismo. È il filo sottile cui aggrapparsi per emanciparsi da un’accusa tanto reale quanto basata su borbottii e visioni sconnesse.

È la conoscenza la discriminante che permette – o impedisce – al sistema di essere infallibile:

Non può esistere alcuna valida conoscenza del futuro. Non appena si ottiene un’informazione precognitiva, questa si cancella da sé. L’affermazione che quest’uomo commetterà un omicidio è paradossale. Il solo fatto di possedere in anticipo questo dato la rende spuria. In ogni caso, e senza eccezione, il rapporto dei tre precog della Polizia ha invalidato i loro stessi dati di partenza.

Proprio questa fallibilità, che richiama alla mente il paradosso del cartello*, rende necessaria la decisione di Anderton di compiere, suo malgrado, il proprio destino. A scapito di sé stesso, per la salvaguardia del sistema della Precrimine. L’accesso ai dati si rivela una gabbia, dove contemporaneità e consequenzialità perdono irrimediabilmente i loro connotati per diventare altro da sé, in un compiersi accartocciato del futuro.

*il paradosso del cartello (o del biglietto di Jourdain) fa riferimento ad un cartello sulla cui faccia anteriore sta scritto “Quello che c’è scritto dietro è falso” e sulla faccia posteriore invece “Quello che c’è scritto dietro è vero”.

 

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