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emma frignani

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

La trappola della reperibilità nell’epoca della connessione perenne

La trappola della reperibilità nell’epoca della connessione perenne

Piove.
Pioviggina, per la precisione.
Oh, no, ora il sole ha deciso di farsi vedere.
Il mio umore varia alla velocità con cui le nuvole scorrono liquide nel cielo di oggi.
Chiusa nel mio guscio, non ho nessuna voglia di uscire.
Tante, troppe cose da fare.
Tanti, troppi contatti da gestire.

Essere sempre connessi è faticoso.
Mi fa venire in mente le parole di alcuni amici che parlavano di reperibilità.
«Stasera non posso uscire, sono reperibile.»
E io sgrano gli occhi perché non so cosa sia questa reperibilità.
Certo, conosco il significato della parola, ma non la sua applicazione in ambito lavorativo. E mi dà una sensazione di gabbia. Di obbligatorietà.

Secondo la definizione di Wikilabour,

La reperibilità è l’obbligo del lavoratore di porsi in condizione di essere prontamente rintracciato, fuori dal proprio orario di lavoro, in vista di una eventuale prestazione lavorativa e di raggiungere, in breve tempo, il luogo di lavoro per eseguire la prestazione richiesta.

La chiamata del datore di lavoro deve essere generalmente supportata da ragioni di urgenza e di indifferibilità.

La reperibilità consiste in una prestazione strumentale e accessoria rispetto alla prestazione di lavoro principale.
La reperibilità è istituto specifico di alcune tipologie di attività quali, a titolo esemplificativo, esercenti una professione sanitaria, lavoratori addetti alla manutenzione di impianti e macchinari (CCNL Cartai Industria), vigili del fuoco, ecc.

Al concetto di reperibilità si lega inscindibilmente quello – perentorio – di indifferibilità (con tutte queste ribilità mi si attorciglia lo stomaco).
Che ha il tono stesso del Fato. Di quella presenza impalpabile e densa che regge i fili del nostro agire, senza pietà né ragione apparente. Non amo, e credo di essere in abbondante compagnia, la sensazione di essere una marionetta nelle mani del Fato. Di ciò che è stato decretato essere il mio destino. Da chi poi?

Ma se la reperibilità può rivelarsi utile – se non indispensabile – in certi settori, si può dire lo stesso per quanto concerne il mio lavoro?
In alcuni casi, senza dubbio sì. In altri, il no diventa una doverosa forma di tutela.

In quest’ultimo periodo, sto riflettendo molto su questa eterna quotidiana continua connessione, che sta modificando radicalmente le nostre esistenze.
Ci penso più di quanto vorrei. E sto cominciando a capire il perché: a volte, essere perennemente connessa mi dà l’angusta impressione di essere in trappola. Quando invece dovrebbe farmi sentire libera.

Credo che questo senso di oppressione sia in parte dovuto al fatto che lavoro in rete e che mi capita di interagire con persone che usano gli strumenti che abbiamo a disposizione senza freni: ti mandano messaggi a ogni ora del giorno (e della notte), ti scrivono mail a ogni ora del giorno (e della notte) senza farsi problemi di orari, senza distinguere giorni lavorativi da giorni festivi. Perché? Perché la rete è sempre presente e, soprattutto, è sempre attiva.
Imperativo categorico: “essere sempre sul pezzo”.

Un misto di FOMO per lo più inconscio, egocentrismo e bisogno che formano una bolla all’interno della quale si rimane sempre in contatto.
Ma che tipo di contatto è? Ha una forma? O rimane in penombra, indistinto e pervasivo, come aria viziata di cui non ci si riesce a liberare?

Ho scelto consapevolmente il tipo di lavoro che svolgo e amo la rete per vari motivi, quali immediatezza, (enorme) mole di informazioni sempre disponibili, possibilità di conoscere persone che condividono i tuoi interessi, velocità della comunicazione, solo per menzionarne alcuni.

Ma avevo bisogno di fermarmi un momento e riflettere su questo disagio appena abbozzato. Perché non voglio che il mio strumento preferito di conoscenza e lavoro diventi una fonte di stress. Non voglio più sentirmi in colpa se non rispondo subito a una mail o a un messaggio. Non voglio più avere la sensazione di non essere professionale se non rispondo subito a un cliente (convinto di essere il solo, l’unico e il più importante) che mi manda una richiesta improvvisata alle 10 di sera.
Se concordiamo una strategia che prevede lavori serali, non ho paura di farlo. Ma se il nostro accordo non lo prevede, non mi pare giustificato mandarmi file di messaggi o chiamarmi mentre sono a cena. No.

Io non sono reperibile ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette. E, nel caso si concordi insieme al cliente che lo sarò, “la chiamata [del cliente] deve essere generalmente supportata da ragioni di urgenza e di indifferibilità.” Cosa che succede di rado.

Per ovviare al lieve disagio provocato dal senso di sopraffazione dato dalla reperibilità di cui si suppone io sia provvista, ho deciso di adottare alcune regole che hanno lo scopo di proteggermi e farmi vivere serenamente la mia vita digitale. Sono regole di buon senso che ho deciso faticosamente di mettere in atto per non guastare la bella sensazione che mi dà il fatto di essere sempre connessa. E per preservare un minimo di equilibrio. Non le ho condivise perché credo che ognuno di noi debba trovare le proprie in base alle sue abitudini e alle sue personalissime esigenze e integrarle nella propria quotidianità.
Si fondano tutte sulla sottrazione e sul lasciare andare. Due cose che reputo fondamentali per (re)imparare a godersi la vita ed essere più efficienti senza perdere la testa. E mi sono accorta con piacere che riesco a controllare il flusso di lavoro e la mia vita con più leggerezza.

Le mie paure erano – come spesso mi succede – infondate.
Dacché ho deciso di modificare ciò di cui ho il pieno controllo (che riguarda me e le mie reazioni), la sensazione di essere schiacciata è diminuita lasciando posto a cose più belle e interessanti.

E voi, vi sentite mai oppressi dalla frenesia della vita digitale?
Come reagite?

[Photo credit: Freepik]

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4 Comments

  1. Pades

    Ah ti sei spiegata benissimo, come sempre. Quello che non sopporto è l’egoismo (e mancanza di prospettiva) di chi pensa che, grazie a questa connessione, tutto l’universo sia a sua disposizione, sempre.
    Io sto attuando una decrescita tecnologica felice: basta social, basta forum, basta discussioni inutili sul nulla, e soprattutto il tasto “X” rosso del rifiuto chiamata. Se sono a cena con moglie e figlio (e noi a tavola parliamo molto) e rispondo alla fatidica chiamata “di lavoro”, non do forse l’impressione che chi chiama sia più importante di loro? Non è così e non può essere così. Da quando l’ho capito ho detto basta.
    Adoro la tecnologia e il web, non il loro abuso. 🙂

    • Pades, che bello sentirti!
      Grazie per aver condiviso il tuo punto di vista, con il quale mi trovo d’accordo, come puoi immaginare da quello che ho scritto.
      Sembrerò ripetitiva (e lo sono, in effetti), ma non mi stancherò mai di sostenere la necessità di lavorare per sottrazione.
      Nel digitale e fuori. Fermarsi, ascoltarsi e, soprattutto, scegliere.
      Scremare quello che ci serve da quello che ci danneggia o, anche senza arrecare danno diretto, ci succhia energie che potremmo utilizzare per nutrire le nostre passioni. Come, riprendendo il tuo commento, la famiglia. E, più in generale, il gusto di stare insieme alle persone che amiamo.

      “Quello che non sopporto è l’egoismo (e mancanza di prospettiva) di chi pensa che, grazie a questa connessione, tutto l’universo sia a sua disposizione, sempre.” Anch’io!
      Credo sia una forma di ottusità o, come hai giustamente scritto tu, una “mancanza di prospettiva”, che a ben guardare si assomigliano molto.

      • Pades

        Giustissimo: lavorare per sottrazione, perché finora troppo è stato sommato. Su questa scelta si baserà la felicità o meno della società futura, ne sono convinto da anni. Il problema dell’eccesso di contatti mi fa venire in mente la teoria secondo cui il nostro cervello, per come si è evoluto, sarebbe in grado di gestire al massimo 150 contatti umani, quelli che in pratica appartengono alla propria tribù. Più di quelli semplicemente la nostra psiche, quella profonda, quella che serpeggia ancora dentro di noi, non riesce a gestirli, e li considera “nemici”. Nemici delle proprie risorse, del proprio DNA, della propria sicurezza. Ovviamente al giorno d’oggi questa cerchia intima può comprendere amici in Australia con cui dialogo tutti i giorni e un fratello e una sorella che abitano in un’altra località d’Italia, non deve esserci vicinanza fisica. Ma per quanto ci sforziamo di essere “buoni” e includere più “amici” possibili nella nostra vita (chi dice di avere 800 amici veri su facebook non sa quello che dice), quelli veri sono solo quelli che entrano dentro quella cerchia dei 150. Per la nostra “pancia” gli altri sono una minaccia, e siccome al giorno d’oggi la frenesia della società ci costringe spesso a ragionare “di pancia”, non mi stupisco di quello che accade in giro.
        Come risolvere questo problema evolutivo e adattarlo alla modernità non so, potremmo parlarne per ore.

        • La tecnologia ci ha sbalzato in avanti in maniera troppo veloce e brusca: è proprio come dici, il nostro cervello antico non riesce a gestire tutti i contatti che ogni giorno possiamo aumentare tramite la rete. Io per prima mi rendo conto di quanto sia estenuante. E, in un certo modo, anche privo di senso, perché deprivato di profondità. Tutto troppo in fretta, tutto fagocitato. Anche quello che meriterebbe di essere gustato. Progresso tecnologico ed evoluzione umana non sono andati avanti insieme. E questo ha creato una voragine di senso che coinvolge i nostri comportamenti quotidiani e il nostro stesso modo di apprendere e rapportarci agli altri. Dobbiamo educarci ad un utilizzo consapevole degli strumenti a nostra disposizione. Anche di questo, temo ne potremmo parlare per ore senza peraltro arrivare a un punto.

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