emma frignani

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

Scrivere un romanzo: un’idea che cullo da tempo, ma che non osavo ammettere neppure a me stessa. Era il momento di confessarlo.

Scrivere un romanzo: sì, ma da dove parto?

Insomma, quest’anno mi sono messa in testa di voler scrivere un romanzo.
Sì, hai capito bene, un romanzo.
Come mi è saltato in mente?
Scrivere un romanzo?

Non è certo la cosa più semplice del mondo, almeno per me.
È un’idea che cullo da tempo, ma che non osavo ammettere neppure a me stessa.
Poi, all’inizio di quest’anno, l’idea si è fatta più robusta e prepotente.

E allora mi sono tirata su le maniche e ho iniziato a cercare.
Mi sono messa a scavare come una trivella.

Cerca che ti cerca, sono sei mesi che leggo, studio, scrivo liste e idee.
Ma mi sono accorta di trovarmi a un punto di stallo: non ho l’Idea.
Non fraintendermi, di idee ne ho molte, troppe forse.
Ma dacché ho deciso di scrivere un romanzo, mi sembra di non trovare l’idea giusta. E rimango impantanata nella mia immobilità. Frustrante, no?
Sì, te lo assicuro, è frustrante.
Non so, è come se d’un tratto tutti i tuoi vestiti non ti andassero più bene.
Sbilenchi, che cadono male, ti abbassano, ti ingrassano, no no no. E tu continui a cambiarti, provare e riprovare diversi abbinamenti ma nulla: ti vedi male.

Quando ho iniziato a scrivere i racconti di ElliElga e compagnia bella, pensavo che sarebbero potuti diventare qualcosa di più organico, una storia articolata.
Poi, ho dovuto fermarmi per motivi che non voglio condividere ora.
E, rileggendo i vari episodi, mi sono resa conto che non ho dato loro una struttura. Sono tutti quanti in qualche modo autoconclusivi. E sconnessi.
Almeno, così li vedo io. Non è una tragedia, ma non è quello che voglio ottenere.

Ho pensato a cosa voglio raccontare.
E mi sono sentita precipitare verso il buio.
Vuoto. Sai come succede prima di un esame?
Hai studiato, ripassato e non vedi l’ora di toglierti quel peso dallo stomaco.
E, appena prima di incontrare l’esaminatore, provi a far mente locale. Ma la tua testa risuona come una campana.
Se soffi sul bordo del tuo cranio, fischia come una bottiglia vuota. Niente.
Di tutto quello che credevi di sapere non è rimasto nulla. Allora, senti le gambe sciogliersi sotto di te. E un brivido percorre la tua schiena rigida. Vorresti piangere, ma il terrore ti paralizza. E un vago senso di ineluttabilità ti sussurra all’orecchio che le lacrime non ti salveranno.

Alla fine di questo post non ci sarà una soluzione magica. Né una pozione.
Per il semplice motivo che sto scrivendo per curare la mia sterilità. Per capire cosa sto sbagliando, se di errore si tratta. Magari sto soltanto covando come una chioccia. Forse, l’idea è già dentro di me e sta solo aspettando il momento giusto per mostrarsi in tutta la sua bellezza. Nel frattempo, io però soffro. Una fontana secca piena di foglie raggrinzite sul fondo. Ascolto Socrate, ma nemmeno lui riesce a farmi le domande-esca con cui irretire la mia idea. O forse non sono in grado di coglierne il senso. E passo notti insonni a leggere e rileggere “Zen in the Art of Writing” e piango e tento goffamente di mettere in pratica i consigli e le indicazioni del buon Bradbury.

Forse, la mia bambina interiore sta facendo i capricci. Forse ha freddo. O magari vuole un gelato. Cosa posso fare? Non lo so, ma sono quasi certa che devo zittire la bambina. O forse no? Forse, devo solo darle più spazio e dirottare le sue bizze verso qualcosa di costruttivo. Forse, devo ascoltarla con maggiore attenzione e raccogliere quello che mi racconta.

Ha ragione il buon Bradbury quando dice:

To fail is to give up. But you are in the midst of a moving process. Nothing fails then. All goes on. Work is done. If good, you learn from it. If bad, you learn even more. Work done and behind you is a lesson to be studied. There is no failure unless one stops. Not to work is to cease, tighten up, become nervous and therefore destructive of the creative process.*

[R. Bradbury, Zen in the Art of Writing]

Fallire è mollare la presa. E io non intendo mollare la presa. Solo che mi sembra sfuggente. O magari i miei denti non sono abbastanza forti.

 

* «Il fallimento è la rinuncia. Ma voi siete nel mezzo di un processo. Niente fallisce allora, tutto va. Il lavoro è fatto. Se è buono, imparate da lui. Se non è buono, imparate anche di più. Il lavoro è fatto e dentro di voi è una lezione da studiare. Non c’è fallimento, a meno che uno non si fermi. Non lavorare è smettere, mollare, diventare nervosi e quindi distruttivi rispetto al processo creativo
[R. Bradbury, Lo zen nell’arte della scrittura]

[Immagine mia]

Previous

Negazione e strade sbarrate

Next

Liebster Award in viaggio di nozze

8 Comments

  1. Ciao Emma! Conosco molto bene quella sensazione… forse sbaglierei a dire “purtroppo”. Credo sia utile anche non riuscire a scrivere, perché aiuta a comprendere come il processo della scrittura sia poco controllabile. Ti racconto come mi comporto io in quei periodi: mi dibatto e mi arrovello per settimane, fino a quando getto la spugna. Basta, non ci penso più. Mi dedico ad altre occupazioni, all’inizio arrabbiatissima, poi sempre più rassegnata. Se trovo qualche spunto lo scrivo comunque sul mio quadernetto; non si sa mai, in futuro… e poi un giorno succede che due spunti, apparentemente non correlati, si incontrino e scocchi una piccola scintilla. Non è una storia, e forse non lo sarà mai, ma quella è un’Idea. Ecco, se dovessi dirlo in sintesi, la mia scoperta personale è proprio questa: l’Idea non è un’idea, ma l’incontro di due idee. E finché non accetto il fallimento, non riparto. Vorrà pure dire qualcosa. 🙂

    • Grazia, che piacere averti qui!
      E come mi piace l’incontro delle idee a formare qualcosa di nuovo, di inaspettato: uno spunto, un indizio.
      Sto giusto leggendo il secondo capitolo della saga di Dirk Gently, investigatore olistico convinto della “sostanziale interconnessione di tutte le cose” e arrivi tu a darmi una carezza emotiva di cui avvertivo da tempo il bisogno. “Vorrà pure dire qualcosa” 🙂

      Incaponirsi è frustrante e non serve allo scopo.
      Ti ringrazio tanto per i tuoi consigli e credo proprio che li seguirò, munita di taccuino.
      Che è un attimo che una piccola idea faccia capolino, ma, così come arriva in punta di piedi, è altrettanto facile se ne vada.
      Lasciare andare è liberatorio e contribuisce a riaccendere la fiamma.

  2. Rosalia Pucci

    Ciao cara Emma, eccomi nella tua elegante casa virtuale a leggere e curiosare. Intanto ti faccio i complimenti perché nel post sei riuscita a lasciarti andare e a raccontare gli stati d’animo che provi in modo suggestivo. La fontana secca piena di foglie sul fondo rende bene l’idea dell’aridità creativa di cui anch’io ho fatto esperienza. Per scrivere un romanzo è sufficiente una “dannatissima” idea, non cento o mille. Una sola ma potente. Spulcia i settimanali, leggi le interviste dei personaggi noti, guarda i film con occhi rapaci, osserva furtiva la coppia che ti abita accanto, ascolta i vicini di ombrellone, appuntati i sogni, rapina nelle vite di amici e conoscenti . Ma se, nonostante tutto, non arriva niente, attendi serena. Quando meno te lo aspetti, accadrà;)

    • Cara Rosalia, intanto grazie mille per essere passata a visitare la mia casina virtuale 🙂
      I tuoi consigli sono preziosi e sto cercando di metterli in pratica ogni giorno, anche – e soprattutto – nei momenti più impensati.
      Ho sempre con me il taccuino delle idee balzane, una raccolta dei più disparati pensieri che mi arrivano quando meno me lo aspetto.
      E sì, sono perfettamente d’accordo con quello che mi dici:

      se, nonostante tutto, non arriva niente, attendi serena. Quando meno te lo aspetti, accadrà.

      Ne farò tesoro, con comprensione e tanta pazienza!

  3. Pades

    Cara Emma, i consigli di Grazia e Rosalia sono perfetti. Mi trovo anch’io nella tua situazione e ti capisco perfettamente. Il mio parere, come già sai, è che la tua capacità di scrittura sia ampiamente sopra la media, dunque l’Idea è la sola cosa che ti manca!

    Un consiglio piccolo piccolo, che con me funziona, è scardinare le abitudini. La routine è il pericolo pubblico numero uno delle idee. A volte per andare al lavoro cambio strada, mi perdo, attraverso con il naso fuori dal finestrino paesini mai visti, arrivo in ritardo. Oppure attacco bottone con persone a caso. L’altro ieri al supermercato ho detto a un’anziana signora -che stava valutando vicino a me le albicocche- che pensavo fossero ancora troppo acerbe, la scelta era difficile. Lei mi ha raccontato che suo marito aveva la passione degli innesti, e di albicocchi ne avevano ben tre, che maturavano in periodi differenti, e avevano imparato a capire se le albicocche erano mature solo guardandole dalla finestra, e quelle non lo erano. Così alla fine le abbiamo lasciate lì. Ho immaginato come poteva essere stata la loro vita, quelle estati felici scandite non dal passare dei mesi ma dalla fioritura e dalla maturazione dei tre albicocchi. Mi sono appuntato l’idea per un racconto (“I tre albicocchi”). Magari morirà nel taccuino, magari no.

    Il consiglio è dunque di prendersi qualche giorno di vacanza per viaggiare in qualche posto a caso, uscire senza una meta precisa, insomma vivere il più possibile, e mai, MAI accartocciarsi preoccupandosi del tempo che passa e delle idee che non arrivano.

    • Ciao Pades!
      Grazie sia per quello che pensi della mia scrittura sia, soprattutto, dei consigli che mi hai regalato.

      In effetti, nell’ultimo periodo, di abitudini ne ho scardinate parecchie e funziona!
      Mercoledì mi sono sposata e ora ci godiamo un po’di meritate vacanze (di miele). Sono passata di qui solo per risponderti e ringraziarti: accedo alla rete il meno possibile per disintossicarmi e vivere, guardare e assaporare il mondo che mi circonda.

Lascia un commento

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén