Insomma, quest’anno mi sono messa in testa di voler scrivere un romanzo.
Sì, hai capito bene, un romanzo.
Come mi è saltato in mente?
Scrivere un romanzo?

Non è certo la cosa più semplice del mondo, almeno per me.
È un’idea che cullo da tempo, ma che non osavo ammettere neppure a me stessa.
Poi, all’inizio di quest’anno, l’idea si è fatta più robusta e prepotente.

E allora mi sono tirata su le maniche e ho iniziato a cercare.
Mi sono messa a scavare come una trivella.

Cerca che ti cerca, sono sei mesi che leggo, studio, scrivo liste e idee.
Ma mi sono accorta di trovarmi a un punto di stallo: non ho l’Idea.
Non fraintendermi, di idee ne ho molte, troppe forse.
Ma dacché ho deciso di scrivere un romanzo, mi sembra di non trovare l’idea giusta. E rimango impantanata nella mia immobilità. Frustrante, no?
Sì, te lo assicuro, è frustrante.
Non so, è come se d’un tratto tutti i tuoi vestiti non ti andassero più bene.
Sbilenchi, che cadono male, ti abbassano, ti ingrassano, no no no. E tu continui a cambiarti, provare e riprovare diversi abbinamenti ma nulla: ti vedi male.

Quando ho iniziato a scrivere i racconti di ElliElga e compagnia bella, pensavo che sarebbero potuti diventare qualcosa di più organico, una storia articolata.
Poi, ho dovuto fermarmi per motivi che non voglio condividere ora.
E, rileggendo i vari episodi, mi sono resa conto che non ho dato loro una struttura. Sono tutti quanti in qualche modo autoconclusivi. E sconnessi.
Almeno, così li vedo io. Non è una tragedia, ma non è quello che voglio ottenere.

Ho pensato a cosa voglio raccontare.
E mi sono sentita precipitare verso il buio.
Vuoto. Sai come succede prima di un esame?
Hai studiato, ripassato e non vedi l’ora di toglierti quel peso dallo stomaco.
E, appena prima di incontrare l’esaminatore, provi a far mente locale. Ma la tua testa risuona come una campana.
Se soffi sul bordo del tuo cranio, fischia come una bottiglia vuota. Niente.
Di tutto quello che credevi di sapere non è rimasto nulla. Allora, senti le gambe sciogliersi sotto di te. E un brivido percorre la tua schiena rigida. Vorresti piangere, ma il terrore ti paralizza. E un vago senso di ineluttabilità ti sussurra all’orecchio che le lacrime non ti salveranno.

Alla fine di questo post non ci sarà una soluzione magica. Né una pozione.
Per il semplice motivo che sto scrivendo per curare la mia sterilità. Per capire cosa sto sbagliando, se di errore si tratta. Magari sto soltanto covando come una chioccia. Forse, l’idea è già dentro di me e sta solo aspettando il momento giusto per mostrarsi in tutta la sua bellezza. Nel frattempo, io però soffro. Una fontana secca piena di foglie raggrinzite sul fondo. Ascolto Socrate, ma nemmeno lui riesce a farmi le domande-esca con cui irretire la mia idea. O forse non sono in grado di coglierne il senso. E passo notti insonni a leggere e rileggere “Zen in the Art of Writing” e piango e tento goffamente di mettere in pratica i consigli e le indicazioni del buon Bradbury.

Forse, la mia bambina interiore sta facendo i capricci. Forse ha freddo. O magari vuole un gelato. Cosa posso fare? Non lo so, ma sono quasi certa che devo zittire la bambina. O forse no? Forse, devo solo darle più spazio e dirottare le sue bizze verso qualcosa di costruttivo. Forse, devo ascoltarla con maggiore attenzione e raccogliere quello che mi racconta.

Ha ragione il buon Bradbury quando dice:

To fail is to give up. But you are in the midst of a moving process. Nothing fails then. All goes on. Work is done. If good, you learn from it. If bad, you learn even more. Work done and behind you is a lesson to be studied. There is no failure unless one stops. Not to work is to cease, tighten up, become nervous and therefore destructive of the creative process.*

[R. Bradbury, Zen in the Art of Writing]

Fallire è mollare la presa. E io non intendo mollare la presa. Solo che mi sembra sfuggente. O magari i miei denti non sono abbastanza forti.

 

* «Il fallimento è la rinuncia. Ma voi siete nel mezzo di un processo. Niente fallisce allora, tutto va. Il lavoro è fatto. Se è buono, imparate da lui. Se non è buono, imparate anche di più. Il lavoro è fatto e dentro di voi è una lezione da studiare. Non c’è fallimento, a meno che uno non si fermi. Non lavorare è smettere, mollare, diventare nervosi e quindi distruttivi rispetto al processo creativo
[R. Bradbury, Lo zen nell’arte della scrittura]

[Immagine mia]