emma frignani

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

Sindrome dell'impostore: quando l'umiltà può diventare un ostacolo alla nostra esistenza, imponendoci limiti che non esistono se non nella nostra mente.

Sindrome dell’impostore: una riflessione

Così come la timidezza, anche un’eccessiva umiltà può diventare un ostacolo alla nostra esistenza, imponendoci limiti che non esistono se non nella nostra mente.

Tempo fa, mi capitò di leggere un articolo di Annamaria Testa sulla sindrome dell’impostore. Lo lessi con curiosità e lo lasciai decantare in un angolino dedicato all’interno del mio palazzo mentale.
Poi, mi successe di ascoltare un podcast di Gennaro Romagnoli proprio sullo stesso argomento e infine, ieri mi è arrivata una mail di Andrea Giuliodori, che parla – pensa un po’ la serendipità – proprio di questa sindrome e di come affrontarla.

Ho pensato: “Va bene, è ora che dica la mia a riguardo. Del resto, è consigliatissimo scrivere, mettere nero su bianco le proprie paure, i dubbi che ci assillano e le sensazioni che li accompagnano. La scrittura mette distanza tra quello che sentiamo e quello che è. Ci aiuta a dare una forma alla nostra paura e, spesso, ci permette di vederla per quello che è.

Scrivere ci mostra la realtà, definendo con chiarezza l’entità delle nostre insicurezze, gli spigoli dei limiti che ci siamo imposti e la vacuità delle nostre pretese di perfezione. E, così facendo, ci salva, lanciandoci un salvagente e tirandoci fuori dalla palude in cui ci troviamo.

Noi che non siamo mai all’altezza. Noi, piccoli, impacciati, incompetenti. Noi che quando riusciamo in una cosa è solo una botta di fortuna e non ce ne capacitiamo. Non ci succederà mai più.

Basta: sono frottole! Siamo più di questo. Ed è doveroso riconoscerlo. Riconoscerselo.

Ci impegniamo al massimo delle nostre risorse e capacità, ma quando finalmente ci viene riconosciuto il frutto di tanto lavoro, stentiamo a crederlo e ci barrichiamo dietro una modestia fuori luogo, quasi a giustificarci dei nostri risultati positivi. In una costante paura di essere smascherati.

Impariamo piuttosto ad accettare e riconoscere il fatto che i nostri sforzi hanno prodotto dei risultati – addirittura apprezzati dagli altri – e fermiamoci a una sana manifestazione di gratitudine, che fa bene a tutti quanti.

It’s important to graciously accept praise because you need it.

Io ringrazio chi mi ha ispirato questa breve riflessione e mi ha dato così l’opportunità di grattare ancora un po’ la superficie dello specchio. E di comprendere un altro frammento della mia personalità.

 

[Immagine: Freepik]

Previous

Ricordi, parte 2

Next

L’attesa

6 Comments

  1. Adriano

    Tutto giusto. Io ci ho riflettuto spesso su questa cosa, e mi viene da dire che forse abbiamo ricevuto una educazione che ci ha detto di non autoincensarci troppo, nemmeno quando ce lo dicono gli altri che siamo bravi. Di essere umili sempre e comunque.

    Se questo da una parte può andare bene, quando è troppo poi si esagera.

    Bisogna trovare un equilibrio e dire un sincero “Grazie” a chi ci fa i complimenti. Con questa semplice parola non si rischia di esagerare né da una parte né dall’altra.

    O almeno io la penso così.

    • E allora comincio subito con un sentito “grazie Adriano!” 🙂
      Per essere passato a trovarmi e per aver lasciato traccia dei tuoi pensieri.

      La gratitudine è delicata e piace a tutti. Mai offensiva né presuntuosa, non è però nemmeno servile, come a volte rischia di diventare invece il chiedere scusa.

      Credo anch’io che la tendenza a sminuire i nostri traguardi sia, almeno in parte, dovuta a una questione di educazione, secondo cui “chi si loda s’imbroda”.

      Ma, c’è un ma, perché, se è vero che fare i pavoni risulta sgradevole e non ci aiuta certamente a offrire una bella immagine di noi, anche sminuire sempre quello che facciamo non ci fa bene. Perché ci deprezza e ci umilia. E, se siamo noi i primi a trattarci così, non possiamo certo sperare di essere apprezzati dagli altri.

  2. Adriano

    Concordo in pieno cara Emma 🙂 Non dobbiamo mai sminuirci né fare i pavoni, perché in ogni caso diamo una immagine pessima di noi agli altri.

    Per quanto riguarda il discorso della scrittura come “liberazione” dei pensieri, questo è da sempre il mio tasto dolente, perché già faccio fatica ad esprimere quello che ho dentro a voce figuriamoci a scriverlo. Ci ho tentato mille volte ma il blocco è sempre più forte di tutto il resto.

    Prima o poi riuscirò a sbloccare qualcosa, e quel giorno festeggerò a gazzosa e gelato al pistacchio 😀

    • Gelato al pistacchio? Ci sarò anch’io per i festeggiamenti 😉

      Che strani noi umani: tu mi dici “già faccio fatica ad esprimere quello che ho dentro a voce figuriamoci a scriverlo”. Pensa che per me, invece, è sempre stato più facile scrivere quello che ho dentro piuttosto che parlarne. Infatti, per anni, ho scritto parole mai lette da nessuno. Cose che sono morte soffocate tra i fogli dei miei diari e quaderni.

      A parte il gelato, spero che tu riesca a sbloccare quel “qualcosa” che non ti permette di lasciare scivolare i pensieri sul foglio, sia esso di carta o virtuale. Non solo è liberatorio, ma ti offre anche una prospettiva differente da cui guardare.

      • Adriano

        Lo spero tanto anch’io, e prima o poi ce la farò 😉

        Grazie per le tue belle parole come sempre 🙂 :*

        • Così mi piaci! Abbi fiducia, insisti e vedrai che le parole arriveranno. Grazie a te Adriano ❤️

Lascia un commento

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén