emma frignani

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

Terzo racconto della saga che sto creando a partire da un concorso letterario, Writer Factor, che mi ha dato il via per quest'avventura.

Sorpresa

Si sfilò svogliatamente le scarpe, seduta sul piccolo divano. Appoggiò la schiena al cuscino, si accese una sigaretta e aspirò nervosamente il fumo, lasciando sospesa a mezz’aria una lunga brace arancio, che presto virò al grigio per poi cadere a terra in silenzio. Come una foglia morta.

Si sentiva prosciugata, come spesso le accadeva dopo le interminabili sessioni di pittura cui si sottoponeva, occupando quasi del tutto il suo tempo libero. In quei momenti, i pensieri scivolavano via dalla testa senza lasciare traccia del loro veloce passaggio. Se non un’ombra appena percettibile, un fantasma di quello che l’aveva turbata. Insieme all’alcool e ad altri surrogati di piacere, dipingere era l’unico modo che Maria aveva per riempire quel senso di vuoto che l’accompagnava, compagno indesiderato e onnipresente della sua vita.

A dire il vero, non ricordava nemmeno com’era potuta arrivare a quel punto. Le sembrava che fosse stato sempre così, immobile e immutabile, proprio come in un dipinto.
Quando si fermava a riflettere sulla sua esistenza, le venivano in mente scene di lei ragazzina, solitaria per via della sua indole e della casa in cui era vissuta. E respirava forte, per non piangere. Si sentiva fuori luogo, come se l’avessero lasciata cadere da un’altra dimensione. Sola e senza istruzioni.
Le pareva di essere bloccata sull’orlo di un precipizio, figura minuscola nello sterminato e maestoso paesaggio di un quadro di Friedrich.

“Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”, come sosteneva il buon Nietzsche. Mettendola di fronte a una terrificante quanto palpabile realtà, vissuta ogni giorno sulla sua pelle candida.

Non era semplice convivere con tale consapevolezza. E non era gratificante. Ecco allora che scattavano in lei strategie inconsce, atte a superare le paure e le incertezze; strategie, se così si poteva definire quel coacervo di puntigli che dava forma al suo carattere traballante e volubile.

Spense con rabbia la sigaretta, ormai ridotta ad un mozzicone appiattito e si alzò per andare a prendere il suo telefono, rimasto nella borsa. Ne avvertiva l’insistente vibrazione già da un po’, ma non aveva ancora avuto la voglia di alzarsi dal divano per vedere chi avesse così tanto bisogno di sentirla. Era sua madre. La richiamò:

«Ciao mamma, scusa, stavo riposando. Sai, sono appena tornata dal lavoro. Sì, sono piuttosto stanca, ma vengo volentieri a cena. Dai, ci vediamo più tardi. Vuoi che porti qualcosa? Ok, a dopo allora!»

Dacché era rimasta vedova, sua madre era diventata improvvisamente più affettuosa, pur restando piuttosto fredda nei modi.
Del resto, era difficile sopprimere quella tagliente sensazione di solitudine che l’avvolgeva. Una vita intera passata insieme a suo marito non poteva né doveva essere cancellata. Ma Maria sperava che prima o poi sua madre avrebbe recuperato il suo sguardo, fiero e solenne. Appuntito quasi. Ora, offuscato da un dolore talmente profondo che non se ne intuiva una fine.

Dopo cena, Maria se ne andò dalla sua vecchia casa e s’incamminò verso il suo monolocale. Si trovava in centro e si diresse in un bar. Aveva voglia di prendere una birra. Entrò nel locale davanti al quale era spesso passata di ritorno dalle sue frequenti visite alla madre.
Non si era mai fermata per via delle persone che sostavano fuori dall’ingresso.
Ma stavolta, si fece avanti, s’infilò con garbo in mezzo agli astanti e aprì la porta. Entrando, ebbe la sensazione di essere in un posto familiare: la penombra rendeva tutto più semplice e al contempo misterioso. C’era odore di taverna, di alcool e fumo stantii. E un vago olezzo di olio vecchio. Le piacque subito.

Aspettò, poi si fece avanti e chiese una birra alla barista —un donnino minuto tutto nervi— che la servì con rapidità per poi dirigersi con sicurezza a un tavolo forse troppo rumoroso. C’era un sacco di gente, come diavolo faceva quella piccola creatura a seguire tutto quanto? Mentre Maria si poneva queste domande, sbucò da dietro il bancone una ragazza sui vent’anni che le chiese con un sorriso di circostanza se aveva bisogno.
Maria finì la sua bevanda, pagò velocemente e uscì.

Ritornò nel locale mesi dopo. Faceva freddo, era quasi Natale. Che momento di merda: sua madre era vittima di una lieve forma di depressione, che la stava facendo diventare sempre più grassa e intrattabile; nel frattempo, lei era stata licenziata per motivi che non aveva compreso —anche se si era fatta una sua idea a riguardo— e le giornate trascorrevano grigie e senza prospettive.
Neanche la pittura le dava più conforto.

Passava il suo tempo in giro con personaggi che sembravano usciti dalle fogne. O da un brutto fumetto. Non li aveva a cuore a parte uno, ma aveva bisogno di uscire. In primo luogo da sé stessa. E loro erano certo un’ottima compagnia per questo scopo: le offrivano innumerevoli modi per distrarsi, soprattutto illegali.

Come si era ridotta a uscire con elementi del genere? Non aveva pregiudizi, ma si rendeva perfettamente conto di essere distante anni luce da loro. Li aveva conosciuti sul lavoro.

Una sera d’estate di qualche anno prima, durante una delle sue peregrinazioni alla costante ricerca di qualcosa che non sapeva definire, si era ritrovata in un piccolo pub. Aveva iniziato a bere, poi, in preda a una strana euforia mista a tristezza, aveva chiesto al titolare se avesse bisogno di una cameriera. Ed ecco, aveva trovato un lavoro perfetto: due turni a mezzogiorno e tre turni serali. Non male. “Avrò un bel po’ di tempo libero e denaro sufficiente per pagare l’affitto e i colori”, pensò tra sé e sé. Non sarebbe andata proprio così.

I primi mesi furono duri, sempre a contatto con la gente. Sempre attenta e all’erta per non commettere errori e non essere maleducata.
Nessuno la considerava. Del resto, era un locale la cui forza erano i clienti abituali, e con loro non si scherzava affatto; erano una squadra, anzi, peggio, una famiglia, con tutti gli strascichi che molte famiglie si portano dietro, una scia di bugie, ricatti accompagnati da una specie di amore, ma possessivo e diffidente.

Poi, nonostante il suo carattere, o proprio grazie ad esso, la “famiglia” non solo l’accettò, ma la prese a cuore. Tutti si affezionarono a Maria, dapprima con delicatezza —quella di cui erano capaci— poi con sempre maggior confidenza. Non sempre gradita.
Ora, veniva invitata a feste e a serate in compagnia organizzate dai suoi nuovi amici, che ormai la consideravano parte del gruppo. Finalmente, si sentiva accettata senza riserve e senza sospetto.

Maria se ne stava in disparte vicino al bancone, aspettando di essere servita. La barista era molto indaffarata e sembrava non vederla, ma lei si avvicinò e ordinò una pinta di bionda, sedendosi su uno sgabello. I soldi stavano finendo e lei aveva bisogno di un lavoro al più presto; non poteva continuare a vivere in quel modo.
Si guardò intorno e non trovò la ragazza che le aveva fatto quel sorriso finto. Prese il coraggio a due mani e chiese alla donna dietro al banco:
«Scusa, posso farti una domanda?»
«Sì, certo. Dimmi pure», rispose la minuscola figura, guardandola dritta negli occhi.
«Mi chiedevo, non è che hai bisogno di una mano qui? Sai, sto cercando un lavoro serale. Ho già lavorato in un bar, forse potrei esserti utile.»
«Ehm, non so, sì, avrei bisogno di qualcuno che si occupi dei tavoli e delle comande. Pensi di poterlo fare?»

La mise subito a servizio, per farle fare una prova, che andò perfettamente.
Non poteva credere di essere stata assunta così, su due piedi. Elli, la barista, era straordinaria, dolce e risoluta. Si trovavano talmente bene a lavorare insieme che sembrava fossero colleghe da una vita.
Maria non aveva mai sperimentato una situazione del genere: quando si recava al locale, era contenta. E il lavoro non le pesava affatto.

La sera di capodanno il bar era chiuso e Maria non aveva nessuna voglia di andare alla festa cui era stata invitata. Prese il telefono e, quasi senza pensarci, chiamò Elli per invitarla a cena. Si rese conto solo a numero fatto di ciò che stava facendo. Era confusa e spaventata, ma Elli non rispose.
“E adesso, che faccio?”, pensò, in preda ad una strana agitazione.
Le dita si mossero a comporre un messaggio:
“Che fai stasera? Se non hai di meglio da fare, potremmo cenare insieme, che dici?” Invio. Ecco, l’aveva mandato. Elli la richiamò subito per prendere accordi.

Fu una bellissima serata, niente sbavature, tutto così liscio e pulito.
Risero tanto, chiacchierarono e brindarono all’anno nuovo, stappando una bottiglia di spumante e guardando i fuochi artificiali dalla finestra.

Si risvegliarono abbracciate nella tenue luce del primo pomeriggio di quel nuovo anno. La pelle di Elli era calda e morbida e, nonostante la sua magrezza, il suo abbraccio era vigoroso e dava a Maria un senso di protezione che credeva perduto nei vaghi ricordi della sua infanzia.
Stettero così, in silenzio, per un tempo indefinibile. Un tepore vellutato si diffondeva nel ventre di Maria. Era felice.

[Immagine: Chop Suey, di Edward Hopper, 1929]

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3 Comments

  1. Adriano

    Wow Emma…

  2. è da due oгe che navigo e il tuo blog è la prima coѕa apprezzabile che trovo.
    Davvero affascinante. Se tutte le perѕone che creano pagine web facessero attenzione di dare materiale appassionante
    come questo la rete sarebbe di sіcuro più utile. Grazie!!

    • Ciao, grazie della visita e del commento, che da una parte un po’ mi rattrista — dopo due ore di navigazione questo piccolo spazio “è la prima cosa apprezzabile” che trovi: preoccupante —, mentre dall’altra mi lusinga. Perché cerco sempre di dare il meglio che ho.

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