emma frignani

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

Il sorriso

Quel giorno, il pianto non voleva saperne di lasciarla sola.
Qualsiasi attività, persino la più insospettabile, come lavare le poche stoviglie rimaste nell’acquaio, stendere i panni, cambiare le lenzuola, poteva scatenare una crisi improvvisa quanto violenta di pianto.

Elga non sapeva più come muoversi, prigioniera in casa sua. Prigioniera di quel suo disagio nero e prepotente. Piegò qualche maglia, poi si stese sul divano.
Il silenzio riempiva tutti i vuoti mentre il sole ingialliva il cielo da dietro una leggera cortina di foschia. A rendere il giardino ancora più romantico e misterioso.

Si immaginò seduta sulla panchina di pietra accanto al pozzo: sembrava il soggetto di un dipinto in stile Liberty. Eterea e sensuale, distante e malinconica.
Si alzò e si mise alla scrivania. La sua testa rimbombava come un’enorme soffitta vuota. Cominciò a battere le dita sulla tastiera.
Non aveva niente in testa, non seguiva nessun sentiero: stava semplicemente pigiando sui pulsanti del suo computer, senza quasi rendersene conto, in un flusso interiore che si riversava sul monitor senz’altro suono che quello dei tasti schiacciati dalle sue dita irrequiete di ragno.

Si svegliò intontita. Era caduta in un sonno improvviso e profondo mentre tentava di lasciare traccia di sé in un universo parallelo. Non era raro che fosse colpita da repentini attacchi di sonno, che la lasciavano a lungo stordita e impastata.
Si fece una tazza di caffè. Amava quell’odore denso e amaro, amava il liquido scuro che scendeva lungo l’esofago a riscaldare il suo ventre secco.
Il giardino, intanto, raccoglieva le ombre del pomeriggio inoltrato e il freddo dell’inverno, che stava arrivando a passi lenti.

Finito il caffè, Elga si fece una doccia veloce e uscì mentre il sole scompariva un’altra volta.
Come un vampiro, si muoveva rasente i muri, lo sguardo basso e un cappuccio a nasconderle il viso. La sua magrezza la rendeva ancora più inquietante. Aveva ripreso a parlare. Lo stretto necessario, ma parlava. E così anche il cibo aveva fatto nuovamente ingresso nel suo corpo sottile. Dacché era ritornata, aveva stabilito una tregua con la sua bocca. Come ogni tregua, sapeva che era destinata a finire. Ma per il momento, si sforzava di ritornare a una qualche forma di normalità.

Estenuata dalla lunga e furibonda passeggiata, si rifugiò nel suo nascondiglio pubblico, da Elli, come spesso le accadeva di ritrovarsi nei momenti di scoramento, quando la solitudine premeva nel suo petto ossuto, rendendo difficile il respiro.
Il locale era pressoché deserto. Solo qualche cliente abituale perso nel suo spritz. Ed Elli, la barista, che se ne stava dietro al bancone intenta a leggere un libro. Sembrava che non le importasse di essere lì. Non appena Elga entrò, Elli alzò gli occhi dalle pagine e la salutò con un sorriso inaspettato e gentile.
Elga ricambiò, o, almeno, le parve di sorridere debolmente.
Poi, ordinò un calice di vino rosso e si sedette a bancone.

Non ricordava come si sorridesse, non conosceva più la sensazione che sorridere dava alla pelle del suo viso precocemente invecchiato. Le parve quasi che fosse rimasto incastrato tra le piccole rughe degli occhi, nelle occhiaie che l’accompagnavano ormai da tempo. Il sorriso, quella strana espressione che le era diventata estranea. E ora, eccolo lì, a dirle qualcosa che non sapeva decifrare.

Estrasse dalla borsa un taccuino nero e cominciò a sfogliarlo con lentezza solenne. Intenta a trovare un indizio, una sorta di traccia nascosta in mezzo a quel groviglio di parole appuntite.
D’un tratto, finì il bicchiere di vino e cominciò a scrivere come una forsennata.
Del resto, il suo senno era scivolato via insieme al grasso e alle parole.
Si fermò così come aveva iniziato, bruscamente e senza alcuna avvisaglia.
Pagò e uscì dal locale.

Tornando a casa, ripensò al sorriso di Elli e al suo fallimentare tentativo di ricambiarlo. Era sincero, quel sorriso, e pieno di affetto. O, almeno, così era arrivato ai suoi occhi e al suo cervello.
“Forse, ho una nuova amica”, azzardò con grande cautela, aprendo la porta.

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6 Comments

  1. Adriano

    Questo racconto è come la Nutella: crea dipendenza, ma mi piace assai 🙂

  2. Adriano

    Prova a fare domanda alla Ferrero ahahahah ;D

    Voglio confidarti una cosa: quando leggo provo a immaginare le voci della protagonista e quella “fuori campo”, come se fosse un film. Ed in effetti questo può essere paragonato a un piccolo film 🙂

    • Mi vuoi tutta ciccia e brufoli?

      Interessante la tua confidenza e, soprattutto, il tuo modo di leggere questi racconti.
      “Come se fosse un film”. Chissà, forse dovrei cominciare a studiare sceneggiatura.
      Non è escluso che lo farò 😀 Sono avida di nuove conoscenze!

  3. Pades

    Io invece, finito di leggere, mi ritrovo davanti al video assorto per parecchi minuti, segno che il mio io-lettore si immedesima così tanto nei personaggi da rimanerne rapito, anzi prigioniero. E il desiderio di sapere come proseguirà la storia è forte.

    • Addirittura prigioniero, Pades?
      Forse non dovrei, ma questo effetto mi lusinga 🙂

      La storia proseguirà, perché questo esperimento sta avendo effetti imprevisti, non solo su di me, a quanto mi scrivi tu e chi ha la pazienza di leggere i miei racconti.

      Ti confesso che spesso mi lascio trascinare dai miei personaggi in fieri verso strade che ancora non conosco. Un po’ prigioniera pure io delle loro personalità, che stanno uscendo dalle mie dita, come per una strana magia.

      Amo i miei lettori! Pochi ma buoni 🙂
      Ti ringrazio per il tuo commento, non soltanto perché nutre il mio ego (scherzo?), ma perché mi dà la misura di quanto sto facendo.

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