emma frignani

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

Un mio racconto ispirato dal sito Scrivere Creativo.

Tempo perso

«Osservate la seguente immagine e raccontate in massimo 500 parole gli eventi precedenti a ciò che accade nell’immagine.»

Racconto basato sul disegno “Cattura” di LittleElle

Disegno di LittleElle

Queste le magre istruzioni fornite da Scrivere Creativo, sito che fornisce “spunti di scrittura. Alcune idee per imbrattare il foglio… E il monitor”, per costruire un racconto.

Per fortuna, le parole non hanno una data di scadenza, non breve per lo meno, perciò mi sento libera di prelevare più o meno a caso gli esercizi presenti sul sito, per allenarmi e, perché no, divertirmi a giocare con le parole e con i significati, come faccio anche con l’iniziativa prettamente twitteriana di #Micronarralo.

Ecco il racconto di esattamente 500 parole:

“La giornata era cominciata sotto i migliori auspici.

Niente urla dalla sua compagna, niente telefonate di sua madre, neppure il gatto si era degnato di considerarlo, preso com’era dalla propria, impegnativa, toeletta.

“Bene”, pensò tra sé e sé. “Meglio il silenzio che le solite, costanti lamentele”. Si sentiva stanco. Da quando, non lo sapeva più.

Ma si sentiva molle e ogni mattina, quando si alzava lentamente dal suo giaciglio, percepiva una decrepitezza bruciante crescergli dentro il petto.

Non era ancora vecchio, benché l’aspetto non l’aiutasse in nessun modo: i capelli ogni giorno più radi, le occhiaie a creare un trucco inquietante che sottolineava uno sguardo vuoto. Lo sguardo di una persona che si è arresa, che ha buttato il proprio diritto alla felicità in un intrico di rovi. Per non essere mai tentato di andare a riprenderlo. E la bocca, ridotta a un taglio ricurvo, voltato quasi sempre all’ingiù, come vittima della gravità, racchiusa da due grandi solchi che partivano dalla base del naso per raggiungere, scavando, il mento. Il suo malessere non risparmiava neppure l’ampia fronte, una volta forse aperta e liscia, ora un mucchietto di rughe affastellate, che gli davano l’aria di essere perennemente arrabbiato.

Uscì di casa senza salutare. Era in ritardo per il lavoro, ma non gli interessava un granché: gli alunni avrebbero aspettato. Aspettavano sempre. Camminava lentamente verso l’istituto, una scuola superiore a pochi passi da casa sua. Si godeva la brezza mattutina, che portava con sé l’odore appena accennato dei fiori di magnolia e della terra appena lavorata.

Ecco, quelle brevi passeggiate erano i momenti più belli delle sue giornate tutte uguali: sveglia, caffè, urla della compagna e, spesso, anche della madre, scuola, lezione, sporadici dialoghi con i colleghi, casa, correzione dei compiti, preparazione delle lezioni per la settimana, tv, cena, libro, probabile rimbrotto della compagna, riposo.

Dov’è che si era perso? E, soprattutto, cosa aveva perso?

Sentiva la mancanza viscerale di qualcosa che non riusciva tuttavia a definire. Era un’assenza tanto vaga quanto dolorosa. E lo spossava, come se gli togliesse ogni giorno un po’ di smalto, un poco di pelle. In maniera quasi impercettibile, ma con la costanza di una malattia incurabile.

Moriamo quotidianamente: ogni giorno ci viene sottratta una parte della vita e anche quando ancora cresciamo, la vita decresce.*

La sensazione di aver perso qualcosa non lo abbandonava mai. Ma era una domanda sterile, che non gli toglieva la sete e non saziava la sua curiosità, ridotta ormai ad un piccolo grumo rinsecchito e nascosto nel cavo dell’orecchio.

Entrò a scuola, un palazzo anni Sessanta di quattro piani. Si diresse verso le scale e cominciò a salire con passi misurati, ma decisi. Arrivò alla sua aula, si fermò, girò i tacchi e continuò a salire verso il tetto.

Una volta arrivato in cima, aprì la piccola porta che dava sul giardino pensile della scuola. Respirò a pieni polmoni l’aria verde e umida, si avvicinò al bordo del tetto, si voltò verso le piante e si lanciò giù a braccia aperte.”

*Citazione tratta da Seneca, Lettere a Lucilio, 3.24
[Photo credit: Philippe De Champaigne, Still-Life with a Skull, 1671 ca]

Terzo racconto della saga che sto creando a partire da un concorso letterario, Writer Factor, che mi ha dato il via per quest'avventura.

Sorpresa

Si sfilò svogliatamente le scarpe, seduta sul piccolo divano. Appoggiò la schiena al cuscino, si accese una sigaretta e aspirò nervosamente il fumo, lasciando sospesa a mezz’aria una lunga brace arancio, che presto virò al grigio per poi cadere a terra in silenzio. Come una foglia morta.

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Il mio Sognetto è non smettere di scrivere finché respiro. E condividere il mio Sognetto per renderlo più progetto che sogno.

Di sognetti e altre amenità magenta e porporina

Un sognetto. Che non è un sogno piccolo, nossignore, ma è un sogno-progetto. Hai qualcosa di speciale da condividere con i Calamisti? Le cose speciali (per quanto questa parola sia abusata qualcosa di veramente speciale ancora c’è, esiste e sbrilluccica tra noi) vanno condivise. Raccontati nel modo che ritieni più consono (post sul blog? Post sui social? Volantini lanciati da un elicottero in volo per rendere onore alla dannunziana memoria? Chiacchiere de visu durante caffè offerti […]?)

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